Per un sindacato largo, rappresentativo e unito

Per un sindacato largo, rappresentativo e unito

di Andrea Coinu responsabile politiche internazionali Flai Cgil

Oggi i paesi del nostro pianeta sono in mano a democrazie in difficoltà o a modelli più o meno autoritari che appaiono più efficienti e performanti sia dal punto di vista economico che dal punto di vista culturale. La facilità con cui i modelli autoritari si affermano come egemonia culturale primaria ci deve far riflettere. E non perché la democrazia sia per forza il migliore dei modelli organizzativi possibili. Ma perché è nelle democrazie che la vita delle lavoratrici e dei lavoratori è migliore di altre. Perché un modello che potrebbe aiutare la vita di miliardi di persone è così in crisi? E perché violenza, guerra e sopraffazione dilagano? La democrazia è fatica, lavoro e ascolto e sacrificio per i bisogni del prossimo. È solidarietà pratica che prevede una reale cessione di sé per gli altri. Non è veloce, semplicistica nè apparentemente efficace come altri modelli. Ma aiuta a vivere meglio le persone che rappresentiamo. 

Se non saremo noi i primi, da rappresentanti dei lavoratori potenziare la democrazia sindacale, non saranno certo i governi delle oligarchie economiche a proporci soluzioni nè, tantomeno, i sistemi più autoritari.Allo stesso modo se non saremo noi i primi a parlare di pace e di rispetto delle persone che lavorano difficilmente lo faranno gli altri.Difficilmente saranno le imprese agricole, che nella storia sono spesso legate al potere, alla detenzione e controllo delle terre, e che solo in parte oggi guardano ad un nuovo modello di sviluppo, a proporre un nuovo futuro per gli operai agricoli che con il proprio lavoro creano la loro ricchezza.

È nostro compito cogliere la centralità nel dibattito mondiale su cibo e agricoltura per rimettere al centro il lavoro. Per farlo dovremo coinvolgere tutti i movimenti che rappresentano il lavoro agricolo costruendoci un’alleanza politica e coinvolgendo, oltre che i sindacati lontani da noi, anche i lavoratori migranti o informali che oggi non riusciamo a sindacalizzare. Dobbiamo pensare che tutti hanno diritto ad essere tutelati, soprattutto chi non ha documenti formali. Sovranità alimentare, cibo di qualità, lotta ai cambiamenti climatici non sono temi che si può pensare di risolvere da soli. 
Non è pensabile risolvere le attuali contraddizioni del modello di sviluppo senza un sindacato largo, rappresentativo e unito.
Delle nostre tante sfide che oggi il sindacato è indubbio che la guerra sia la prima e più pericolosa. Dobbiamo combattere tutti i tentativi di prevaricazione violenta che sempre più vengono utilizzati dagli stati per risolvere nuovi e vecchi conflitti. E dobbiamo farlo senza mai confondere il ruolo degli aggressori e degli aggrediti ma anche senza dimenticare i processi politici e storici che sfociano nelle decine di conflitti armati che imperversano oggi nel nostro pianeta.

Ma come è violenza la guerra lo è anche la fame. Dobbiamo inorridire a pensare che mentre il sistema produttivo agricolo occidentale spreca oltre il 30% delle produzioni, percentuale addirittura superiore in altre parti del mondo, oltre 800 milioni di persone ancora hanno fame. O saremo noi a dare il giusto peso e dignità al frutto del lavoro che rappresentiamo o non lo farà chi su queste cifere ci lucra. Viviamo nel paradosso in cui si produce cibo di Serie A e di Serie B e che molti nostri lavoratori non riescono a garantirsi cibo di qualità mentre 1/3 della produzione viene sprecata.

È immorale e sarà difficile parlare di giustizia in agricoltura se non scioglieremo questo nodo, non possiamo più permettere che le commodities agricole siano soggette a speculazione finanziaria come un banale bene commerciale. Il cibo è un diritto e un elemento sacro per la vita delle persone e delle comunità e cosi andrebbe trattato.
Sacro come l’ambiente e la terra che invece continuiamo ad avvelenare. Si sente e si percepisce in certi ambienti sindacali una certa rassegnazione sul tema dei cambiamenti climatici. Quest’assemblea, proprio per la natura ha il compito di dire che non è così. Non è troppo tardi. Per il sindacato e il futuro dei lavoratori non è mai troppo tardi e la storia delle nostre battaglie è ancora tutta da scrivere ma per questo serve una grande vertenza mondiale sul tema ambientale e sulle sue ripercussioni sociali.
L’attuale modello estrattivo avvelena sia la terra sia chi lavora lasciando falde inutilizzabili e terreni desertificati a chi verrà dopo. È ora di dire basta. È ora di un’agricoltura giusta e sostenibile. È ora di lottare per il futuro dei nostri lavoratori e del nostro pianeta.

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