Campi di sangue: la strage dell’estate e le colpe di un sistema malato

Campi di sangue: la strage dell’estate e le colpe di un sistema malato

di Silvia Guaraldi, Segretaria nazionale Flai Cgil

Il consuntivo della fine di questa estate di fuoco rivela un bilancio di sangue tra i più drammatici degli ultimi vent’anni. Dai primi giorni di maggio a oggi si contano almeno 30 lavoratori che non hanno fatto ritorno a casa. Una cifra che rappresenta soltanto la punta di un iceberg ben più profondo e sommerso.

Un’estate che ci consegna un Paese attraversato da una scia di sangue, da nord a sud, senza pietà nella crudeltà e nell’indecenza di tragedie che altro non sono che gli effetti di un modello di sviluppo sempre più fondato sullo sfruttamento. 

Abdelghani, Yassin, Saif, Tanginder, Harmanjot, Karouba, un ragazzo indiano, Ali: morti in incidenti stradali mentre si recavano o tornavano dal lavoro; un uomo rumeno morto nell’incendio della sua roulotte; Yacine, suicida. Morti per un sistema sociale che isola e che sfrutta; morti perché lo Stato non vuol vedere cosa accade nelle nostre strade e nei nostri campi, vittime di quel sistema di intermediazione illecita che sfianca, che priva della libertà e della dignità a fronte della necessità di poter comprare un tocco di pane e ripagare i debiti per fuggire da fame, violenza, guerre. 

Bakari, Amin, Ullah, Safi, Waseem, Sadam brutalmente ammazzati perché hanno chiesto di veder riconosciuti i propri diritti, uccisi per aver rivendicato il salario, uccisi per essersi ribellati allo sfruttamento, uccisi per ritorsione, uccisi per il colore della pelle. 

Giuseppe morto sul lavoro e abbandonato per nascondere la mancata assunzione. Pensavamo di aver toccato il fondo con il brutale omicidio di Satnam Singh poco più di due anni fa ma l’asticella dell’indignazione, della brutalità e del disprezzo diventa sempre più alta e la società sempre più abituata alla sopraffazione, alla violenza. 

Alfonso, Nadeem, Marcello, Andrea, Salvatore, Marco, morti mentre lavoravano, morti per carenze nella sicurezza, morti per salvare i nostri boschi dal fuoco.

Giuseppe, Haddad, Ahmed, Gheorghe, Brahim, Mihail, un uomo tunisino, morti nei campi sfiancati dal caldo e dalla fatica. 

Vite spezzate per produrre il cibo che finisce sulle nostre tavole, vite spezzate per rincorrere un profitto sempre maggiore a discapito di ogni dignità. 

Come ogni estate, e non solo, abbiamo presidiato tutto il territorio nazionale con le nostre Brigate del Lavoro per continuare a portare supporto, tutela, informazione ai lavoratori e alle lavoratrici agricole impegnati nelle campagne di raccolta; come ogni estate continua la nostra azione di denuncia di un sistema malato che si radica nelle nostre terre con la complicità  dell’immobilismo delle istituzioni e di norme indecenti che pongono le basi per lo sfruttamento dello stato di bisogno dei lavoratori e delle lavoratrici. 

Quest’estate ci lascia anche una nuova consapevolezza: l’urgenza di intervenire per il contrasto del cambiamento climatico. Tre mesi bollenti, con temperature feroci e assassine ci impongono immediatamente di cambiare modello di sviluppo, ci impongono una transizione verso un’economia e una produzione più sostenibile e al contempo ci impongono di cambiare l’organizzazione del lavoro all’aperto e nei campi. Solo 3 anni fa venivano emanate le prime ordinanze per contrastare il lavoro ad alte temperature, oggi quelle ordinanze non sono più adeguate: impossibile lavorare nei campi fino alle 12:30, impossibile lavorare alle 16:30; vanno rivisti gli orari, introdotti nuovi dispositivi di sicurezza, va modificata l’organizzazione del lavoro ipotizzando anche il lavoro in notturna, lavoro però che deve essere degnamente retribuito, come prevede il contratto per il lavoro notturno. 

Ma la rivoluzione organizzativa a tutela della salute dei lavoratori e delle lavoratrici deve essere accompagnata da una consapevolezza e da un’assunzione di responsabilità del governo e  degli organismi preposti: lo abbiamo visto già quest’estate, le ordinanze sono poco rispettate e allora lo ribadiamo, servono controlli diffusi, non possiamo pensare che laddove si dovesse lavorare di notte, con le giuste retribuzioni, possa regnare l’anarchia.

Perché a 10 anni dall’entrata in vigore della legge 199 ancora non vengono aperte tutte le sezioni territoriali della Rete del Lavoro Agricolo di Qualità? Perché non vengono introdotti, come ipotizza la Legge, gli indici di coerenza? Dove sono i controlli? Perché non si interviene con reti di trasporto pubblico legale? Che fine hanno fatto le risorse del PNRR per superare i ghetti? Perché si continuano a distribuire risorse a pioggia 

senza pensare a interventi mirati a superare, finalmente, una piaga storica di questo Paese come lo sfruttamento lavorativo in agricoltura? Sono domande a cui continuiamo a non avere risposte, se non l’evidenza che tutto ciò è necessario per continuare a perpetrare un modello di sviluppo onnivoro, predatorio, immorale e indecente. 

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