L’architettura dello sfruttamento e il grido di Amendolara

L’architettura dello sfruttamento e il grido di Amendolara

È passato un mese dalla manifestazione di Amendolara, promossa e organizzata dall flai in poco più di 72 ore. Tre giorni sono bastati per riempire le strade e la piazza principale di Amendolara, centro dell’Alto Jonio Cosentino, e trasformare il dolore in una mobilitazione nazionale. Non un rito stanco, ma un’esigenza di sopravvivenza. Sullo sfondo, due parole: “Mai più”. Mai più stragi, mai più la barbarie di un lavoro ridotto a disumanizzazione.

Dopo la tragedia di Satnam Singh, abbandonato con un arto amputato accanto ai rifiuti, l’orrore si è ripetuto. Quattro giovani – Amin, Ullah, Safi e Waseem – sono stati arsi vivi, mentre Taj Mohammad, unico sopravvissuto con gravi ustioni, è sotto protezione.

Per scardinare questo sistema bisogna colpire i reali mandanti. L’impresa è il dominus, il caporale è lo strumento. Invece di programmare controlli ordinari, l’esecutivo ha insabbiato il Tavolo Interministeriale sul Caporalato e restituito a Bruxelles 180 dei 200 milioni del PNRR destinati a contrastare il fenomeno e chiudere i ghetti. Una vergogna di Stato.

A completare il quadro ci sono norme criminogene: la Bossi-Fini e il fallimento dei Decreti Flussi, dove nel 2024 solo il 7% dei lavoratori chiamati ha ottenuto un contratto. Che fine ha fatto il restante 93%?

Unendo i puntini – fondi rifiutati, controlli assenti e leggi che producono invisibilità – emerge una verità amara: lo sfruttamento non è un guasto, ma un disegno funzionale al profitto. La piazza di Amendolara è la parte sana del Paese che rifiuta di piegare la testa e chiede giustizia a chi è stata tolta la vita mentre si chiedeva il rispetto dei propri diritti.

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