Dalla vulnerabilità all’organizzazione

Dalla vulnerabilità all’organizzazione

di Matteo Bellegoni, Capo Dipartimento politiche Migratorie e legalità

«Un cafone è un uomo che ha le mani troppo grandi e la testa troppo piccola; ma anche se ha la testa grande, a che gli serve? La sua testa non pensa per sé, pensa per lui il padrone.»

Le parole di Ignazio Silone ci aiutano a entrare nella condizione di vulnerabilità in cui ancora oggi vivono migliaia di lavoratrici e lavoratori agricoli. Una subordinazione non soltanto economica, ma sociale, fisica e psicologica.

Che sia una madre del Sud costretta ad accettare lo sfruttamento per sfamare la propria famiglia, o un lavoratore migrante scivolato nelle maglie dell’irregolarità dopo l’odissea del Mediterraneo, l’inferno della rotta balcanica o le storture del decreto flussi, la costante rimane la stessa: la creazione e l’approfittamento dello stato di bisogno.

È dentro questa contraddizione che dobbiamo leggere il Sindacato di strada.

Potremmo limitarci a dire che significa non aspettare le persone dietro una scrivania, ma mettere i piedi nella terra e raggiungerle nei campi e nei luoghi di vita e di lavoro. Le Brigate del lavoro sono anche questo. Ma portano con sé un’ambizione più grande: andare tra i “dannati della terra” non per offrire soltanto una risposta a un bisogno individuale, ma per ricomporre quella frammentazione che rende le persone sole, deboli, ricattabili e dunque sfruttabili.

È ciò che faceva la Federterra, animata da figure come Argentina Bonetti Altobelli, ed è la lezione che ci ha lasciato Giuseppe Di Vittorio: stare tra le masse, fornire gli strumenti per comprendere la propria condizione e, soprattutto, organizzarsi per cambiarla.

Perché lo sfruttamento non è un incidente del sistema agricolo: è diventato strutturale a un modello produttivo che comprime il costo del lavoro e scarica sulle persone e sulla terra il prezzo della competizione e del profitto.

Il Sindacato di strada serve allora a entrare dentro queste contraddizioni, renderle visibili e trasformare la vulnerabilità individuale in una risposta collettiva. Non soltanto tutelare chi subisce lo sfruttamento, dunque, ma organizzare chi può combatterlo.

Scriveva ancora Silone: «I cafoni hanno sempre sofferto, ma non hanno mai capito perché; e quando uno soffre senza capire, la sofferenza lo abbrutisce».

Forse il compito delle nostre Brigate del lavoro sta proprio qui: comprendere insieme il perché e organizzarsi insieme per cambiare ciò che appare inevitabile.

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