I lavoratori agricoli e l’antifascismo

I lavoratori agricoli e l’antifascismo

Contro un regime che sosteneva i grandi proprietari «in dispregio della miseria dei contadini»: la mobilitazione dei lavoratori agricoli contro la sbracciantizzazione e la politica «classista-agraria» del fascismo.

Sul numero di aprile di Lotte agrarie del 1975, a trent’anni dalla Liberazione, troviamo una ricostruzione ampia e documentata del ruolo dei lavoratori e delle lavoratrici del settore agricolo nella lotta contro il fascismo e nella costruzione della democrazia. Le testimonianze raccolte insistono su un punto fondamentale: il contributo di braccianti, coloni e contadini non fu episodico, ma fu il risultato di una lunga maturazione politica e dell’azione organizzata del movimento dei lavoratori: dalla resistenza passiva nelle campagne fino alla lotta armata, dagli scioperi alle azioni contro il nazifascismo.

Già negli anni della dittatura, i braccianti, i coloni e i contadini furono tra i primi a subire le conseguenze della politica agraria fascista, fondata sul sostegno alla grande proprietà terriera e sull’oppressione delle masse rurali. 

Questa politica non solo aggravò le condizioni economiche delle campagne, ma servì a disgregare le grandi organizzazioni bracciantili. E tuttavia si svilupparono forme di resistenza che prepararono il terreno alla lotta di Liberazione. Gli scioperi, le agitazioni bracciantili, le prime esperienze di unità tra organizzazioni diverse rappresentarono momenti fondamentali di ricomposizione del fronte dei lavoratori.

Già negli anni immediatamente successivi alla presa del potere fascista, il carattere di classe della politica agraria del regime appare evidente. In un testo pubblicato su l’Unità il 14 settembre 1924 – e riportato sul numero di Lotte agrarie –Giuseppe Di Vittorio denuncia con forza il «carattere classista-agrario del governo fascista». È una scelta che – scrive Di Vittorio – «dimostra la volontà del regime di sostenere i grandi proprietari in dispregio della miseria dei contadini».

Questa linea si rafforza negli anni Trenta con il protezionismo e la cosiddetta battaglia del grano, con la quale il regime realizzò nel concreto la linea della sbracciantizzazione. Come sottolinea Donatella Turtura nella sua relazione, si tratta di una politica che favorisce la rendita e scoraggia ogni trasformazione produttiva, contribuendo alla stagnazione dell’agricoltura e alla disgregazione delle grandi organizzazioni bracciantili. 

Nonostante la repressione, la resistenza nelle campagne non si interrompe. Un esempio significativo è lo sciopero delle mondine del 1931, ricostruito da Teresa Noce, che coinvolge circa 200.000 lavoratrici tra Piemonte e Lombardia. Di fronte alla minacciata riduzione del 10% dei salari, le mondine riescono a costruire un’unità tra locali e forestiere, tra iscritte e non iscritte ai sindacati fascisti, infliggendo una prima sconfitta ai padroni.

Allo stesso tempo emergono tentativi di unità tra le diverse organizzazioni del movimento contadino. Le testimonianze riportate nel numero di Lotte agrarie documentano la partecipazione attiva dei lavoratori agricoli alla lotta di Liberazione: dalla “battaglia del grano” del 1944 in provincia di Forlì, dove i contadini impediscono sistematicamente le requisizioni nazifasciste, fino allo sciopero dei braccianti di Boara Pisani nel giugno dello stesso anno, che per sette giorni coinvolge l’intera popolazione e si conclude con la vittoria sulle forze padronali e repressive.Queste esperienze non rappresentano soltanto episodi di lotta, ma momenti di costruzione di una nuova unità sociale nelle campagne e richiamano con forza l’attualità della lezione antifascista. Oggi, di fronte alle nuove difficoltà del mondo del lavoro, la lezione della Resistenza mantiene intatta la sua attualità. L’unità dei lavoratori, la loro capacità di organizzarsi e di lottare per obiettivi comuni restano le condizioni fondamentali per difendere e sviluppare la democrazia.

Valeria Cappucci

Articoli correlati