Amendolara. Dichiarazione dell’EFFAT sull’uccisione dei quattro braccianti agricoli

Amendolara. Dichiarazione dell’EFFAT sull’uccisione dei quattro braccianti agricoli

Lunedì scorso, quattro braccianti agricoli sono stati uccisi in modo barbaro e violento. Sono stati rinchiusi in un minivan in una stazione di servizio lungo la Statale Jonica 106, all’altezza del comune di Amendolara in provincia di Cosenza (Calabria).

Il veicolo è stato cosparso di benzina e poi è stato appiccato il fuoco. Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili sarebbero i loro caporali. Una violenza estrema, disumana, assurda. Tre di loro erano afghani, mentre uno era pakistano. Si chiamavano Waseem, Ullah, Amin e Safi. Il più grande aveva 29 anni, il più piccolo appena 19. Erano venuti in Europa con la speranza di una vita migliore. Hanno trovato sfruttamento, oppressione e infine una morte violenta. Sono stati uccisi mentre chiedevano un giusto salario, coerente con quanto era stato loro promesso.

Il loro viaggio quotidiano era lungo e faticoso. Partivano da Villapiana, attraversavano la Statale 106, percorrevano strade isolate fino a Scanzano Jonico, in Basilicata. Un’ora di strada per arrivare a raccogliere frutta e verdura che poi finisce sulle tavole dei consumatori europei.

La magistratura sta ancora facendo chiarezza, ma appare sempre più evidente che, sullo sfondo di questa vicenda, vi sia ancora una volta il caporalato. Un sistema che in molte aree agricole continua a esistere e a riprodursi. Non è un fenomeno marginale, non è un’eccezione: è una struttura radicata in alcuni territori, con il chiaro coinvolgimento della criminalità organizzata.

Non si tratta di un problema solo italiano. Le stesse dinamiche di sfruttamento e intermediazione illecita si riscontrano in diversi paesi europei, dalla Spagna alla Grecia, passando per Germania e Svezia. E non si tratta di un fenomeno limitato esclusivamente al settore agricolo. Come EFFAT esprimiamo rabbia, profondo cordoglio ed indignazione per la morte di questi quattro giovani lavoratori. Riteniamo inaccettabile e vergognoso che esistano ancora forme di sfruttamento e schiavitù nell’agricoltura europea.

Non basta indignarsi. Non basta la commozione del momento. Servono interventi strutturali, e la risposta deve essere anche a livello europeo.

Da anni l’EFFAT si batte per una direttiva europea contro il caporalato e lo sfruttamento negli appalti e nei subappalti. A tal proposito chiediamo con forza che, nell’ambito del Quality Jobs Act, la Commissione si impegni a proporre misure vincolanti che includano un obbligo di certificazione per ogni intermediario del lavoro, definendo le condizioni secondo le quali gli stessi possano operare nel territorio europeo.

Deve essere chiaro che chi agisce come intermediario non possa imporre alcun costo per trasporto, alloggio o assunzione. Devono inoltre essere previste sanzioni realmente dissuasive per i caporali e per le aziende agricole che decidono di fare impresa sulla pelle di chi lavora. In questo senso, occorre completare e rafforzare alcuni buoni esempi di normative nazionali, come la legge italiana 199 del 2016, che però, ancora oggi, non è sufficientemente applicata. Servono inoltre maggiori ispezioni.

È quindi urgente rafforzare la dimensione sociale della PAC. Se le indagini dimostreranno, come è prevedibile, che l’azienda agricola che impiegava questi ragazzi riceveva fondi pubblici dei contribuenti europei, allora l’attuale proposta di indebolimento della condizionalità sociale rappresenterebbe un ulteriore affronto. Occorre poi rivedere immediatamente le norme europee sull’immigrazione, in un momento in cui l’Unione Europea sta purtroppo andando nella direzione opposta, criminalizzando chi arriva in questa parte del mondo nella speranza di una vita migliore.

Quattro giovani uomini sono morti perché qualcuno ha ritenuto che la loro vita valesse meno del profitto. E questo, in un’Europa che si definisce fondata sui diritti, non può essere accettato. Due anni fa, sempre nel mese di giugno, piangevamo Satnam Singh, un bracciante agricolo indiano lasciato morire in modo brutale, abbandonato dopo aver perso un braccio in un macchinario.

Siamo stanchi di dover assistere a tragedie evitabili che colpiscono giovani uomini e donne che chiedono soltanto rispetto e un lavoro dignitoso. Siamo stanchi di vedere che chi porta il cibo sulle nostre tavole sia vittima di ricatto. Un modo diverso di fare agricoltura esiste, come dimostrano le tante aziende agricole che rispettano i diritti e i contratti, ma che soffrono la concorrenza sleale di chi produce sfruttando la manodopera.

La nostra solidarietà va ovviamente alle famiglie di Waseem, Ullah, Amin e Safi. A loro dobbiamo non solo il nostro cordoglio, ma anche la responsabilità di cambiare un sistema che continua a permettere che tutto questo accada in una Europa che si definisce democratica.

Esprimiamo altresì vicinanza e sostegno alle nostre organizzazioni affiliate FLAI CGIL, FAI CISL e UILA UIL per l’impegno che ogni giorno mettono sul campo.

Un’importante manifestazione avrà luogo domani, organizzata dalla FLAI CGIL e dalla CGIL. Si tratta di un’iniziativa che come EFFAT sosteniamo con forza.

Nella speranza che tutto questo non accada mai più.

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