Hanno vinto gli sfruttati, a Pordenone una sentenza storica  

46 permessi di soggiorno conquistati da lavoratori ricattati, truffati, vessati, con paghe da fame e condizioni di alloggio indecorose 

“Perché andare via dal Pakistan a piedi, mesi di viaggio e di privazioni, per finire sfruttati qui, essere sfruttati, sottopagati, anche malmenati?” La risposta di Humayun Khan, occhi azzurri che guardano lontano, è un dipinto di speranze: “per i miei figli voglio un mondo migliore, che possano prendere in mano una penna e non un fucile”. 

Con queste parole si apriva il racconto della triste vicenda, divenuta poi storia di riscatto, di 46 lavoratori pakistani sfruttati nel pordenonese: 14 ore di lavoro al giorno, dall’alba al tramonto, ricatti, truffe, violenze, paghe da fame, condizioni di alloggio indecorose. Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo rispetto alle tante storie di sfruttamento e caporalato raccolte dalla FLAI e dall’Osservatorio Placido Rizzotto. Tuttavia, c’è un elemento di enorme portata che è sfuggito all’attenzione dei più e che non ha trovato il giusto clamore mediatico che avrebbe meritato. Del resto, non vi è da stupirsi se i media, ormai sempre più asserviti a logiche tossiche sul tema dell’immigrazione, prediligano esaltare la “fuffa” dei centri di smistamento che sorgeranno in Albania, piuttosto che il fumoso Piano Mattei per l’Africa, un’operazione dal nome altisonante, ma dai contenuti a dir poco miseri se non inesistenti. 

Vale la pena però fare un piccolo passo indietro per comprendere appieno la portata di ciò che è accaduto a Pordenone. Chiunque si sia occupato di denunce che riguardano lo sfruttamento lavorativo e il caporalato sa bene quanto sia fondamentale quella che viene definita la tutela individuale della vittima. Spesso il lavoratore straniero che denuncia viene lasciato solo, perdendo il lavoro, le prospettive di un nuovo impiego e finanche il titolo di soggiorno, elementi che rendendo ulteriormente più fragili e precarie le condizioni di permanenza in Italia, e paradossalmente pertanto più ricattabili persone che attraverso la denuncia cercavano un giusto riscatto. Le vie di fuga da questa palude sono due articoli, 18 e 22, del Testo Unico sull’immigrazione. Le loro statuizioni sono chiare: “nelle ipotesi di particolare sfruttamento lavorativo, (…) su proposta o con il parere favorevole del Procuratore della Repubblica, sia rilasciato allo straniero che abbia presentato denuncia e cooperi nel procedimento penale instaurato nei confronti del datore di lavoro” il permesso di soggiorno. Fin qui appare tutto semplice e chiaro, peccato però che ogni Procura abbia la propria “sensibilità”, che non tutte si attivino tempestivamente (o si attivino proprio) per l’applicazione di quanto previsto dalla legge e spesso i tempi burocratici siano insopportabilmente lunghi, tali da comportare sovente la “perdita di tracce” del lavoratore, che a questo punto si ritrova a vivere nella clandestinità di ritorno, sottoposto a nuovi ricatti ed abusi. Ecco perché è pertanto estremamente raro che siano rilasciati permessi di soggiorno per sfruttamento. A Pordenone non solo è accaduto, ma ne sono stati rilasciati ben 46 contemporaneamente, un fatto unico non solo per l’Italia, ma nell’intero panorama giuridico internazionale. Una notizia che avrebbe potuto essere rilanciata dai media che è stata sottaciuta. 

Vi è poi un altro aspetto centrale della vicenda, la tutela sociale della vittima. Anche da questo punto di vista la vertenza di Pordenone ci consegna alcuni in segnamenti.  La FLAI non ha mai lasciato soli questi lavoratori. Ricordo ancora le parole di Dina Sovran, Segretaria Generale della Categoria in provincia di Pordenone, “quando si sono presentati in Camera del Lavoro a dicembre, in condizioni disperate, ho preso carta penna, ho chiesto loro cosa mangiassero, e sono andata a far la spesa per loro”. Con pazienza, si sono gettate le coordinate della sinergia con il Terzo Settore locale per una presa in carico multidisciplinare e multi-agency della situazione. 

Con il prezioso aiuto di mediatori culturali, è stato compiuto un lavoro enorme di ricostruzione minuziosa di ciascun tracciato lavorativo, grazie al rapporto di fiducia indissolubile con la comunità pachistana. 

Di più, la FLAI, assieme alla Camera del Lavoro di Pordenone, si è attivata per proporre corsi di italiano grazie alla disponibilità di insegnanti volontarie in pensione dello SPI, perché la barriera linguistica si erge spesso a handicap che determina sentimenti di solitudine delle vittime di sfruttamento. 

Un affiancamento costante dei lavoratori nella ricerca di un’occupazione a condizioni eque, finanche l’ipotesi esplorata di costituzione d’una cooperativa di lavoro per evitare di cadere nelle briglie di nuovi caporali. Si è avviato anche un percorso di rappresentanza attraverso il quale stanno emergendo nuove figure sindacali che potremmo definire “di comunità”, e la mediatrice culturale che ha collaborato negli ultimi tempi con la FLAI, una giovanissima compagna di seconda generazione poliglotta, entrata a far strutturalmente parte della Categoria.

C’è un mondo, quello che scappa dalle guerre, dalla fame, dai disastri climatici, alla ricerca di un giorno migliore, che resiste. È la Resistenza dell’Umanità sulla barbarie e la paura. Una nuova partigianeria umana e sociale che vede la FLAI dispiegata in trincea. Dalla stessa parte.

Matteo Bellegoni

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