L’illusione della rotta: Bakari Sako e l’Italia che divora i suoi “nuovi cittadini”

L’illusione della rotta: Bakari Sako e l’Italia che divora i suoi “nuovi cittadini”

Il 2 maggio Bakari Sako aveva cambiato la sua immagine di profilo su Facebook. La Fontana della rosa dei venti di Taranto. Voleva essere padrone della propria rotta, Bakari, ma in un Paese in cui i migranti vengono schiacciati in ombre senza nome, risulta difficile mantenere una traiettoria, seppur vaga. La bussola che le istituzioni consegnano a chi arriva è truccata: il punto di intersezione tra il viaggio e l’approdo si sposta secondo le fluttuazioni del consenso e del denaro.

Non importa se hai una casa, come aveva Bakari. Non importa se hai un lavoro, come aveva Bakari. Non importa se hai i documenti, la residenza, degli amici. Non importa se ti sei sposato, aspetti un bimbo. Non importa se hai scelto l’Italia come tuo Paese di arrivo, di approdo stabile. L’ago di quella bussola continua a vacillare, e la rosa dei venti non è più un simbolo romantico, ma la rappresentazione di un sistema di correnti che sposta forza lavoro da una sponda all’altra del Mediterraneo secondo le necessità del mercato. E tu, se ti chiami Bakari, Mamadou, Fatou, Hassan, Sadia, Amina, Satnam o centinaia di altri nomi, ti ritrovi a seguire quelle correnti senza avere potere decisionale.

Bakari aveva scelto ed era l’esempio di quello che la politica chiama con compiacimento “integrazione riuscita”: parlava italiano, era incensurato, pagava le tasse, ma l’ago ha di nuovo cominciato a vibrare. Così quando il ristorante cinese dove lavorava da anni con un contratto a tempo indeterminato ha chiuso , la precarietà strutturale che attende i cittadini stranieri lo ha risucchiato, così è andato a lavorare nelle campagne, diventando uno delle migliaia di operai agricoli che tengono in piedi il nostro settore primario. Bakari non era “braccia”, era un uomo con un progetto di vita, ma il sistema lo ha ricacciato nel cono d’ombra del lavoro bracciantile, dove il confine tra dignità e sfruttamento è sottile.

Il 9 maggio la bussola si è rotta definitivamente in una piazza di Taranto, alle 5:30 del mattino, mentre Bakari aspettava il treno per raggiungere Massafra. È stato ucciso da un branco di adolescenti. Gli hanno bucato il cuore, con non si sa ancora quale arma.. Mentre ci si interroga sui “perché”, la realtà ci restituisce l’immagine di un’Italia incattivita, il risultato di una retorica dell’odio che infarcisce il centro come le periferie, dove la frustrazione sociale si sfoga sul corpo del “diverso”, scelto come anello debole e bersaglio facile.

E’ morto Bakari. Così. Ucciso. Non c’è per ora un perché, come se potesse esistere un perché che possa giustificare l’uccisione di una persona.
Un lavoratore è stato ammazzato. Un afrodiscendente è stato ammazzato. Un uomo solo contro tanti è stato ammazzato. Un giovane futuro papà, neomarito, un fratello, un figlio.

In un’Italia matrigna, Bakari non ha potuto fare gli auguri della festa della mamma a sua moglie, che porta nel grembo un figlio che nascerà senza padre. Mentre gli altri compravano orchidee, lui moriva, per mano, probabilmente, di adolescenti che ancora dovevano andare a dormire mentre Bakari era già sveglio e pronto per andare a sudare di fatica.

Avrà sudato freddo, di paura. “Un uomo gentile e composto, che non sapeva cosa fossero gli eccessi – lo descrive così Caterina Contegiacomo, attivista di Mediterranea Saving Humans e amica intima della famiglia Saki. “Oggi è arrivato il fratello di Bakari, siamo stati in Questura – racconta Caterina – Non ci hanno voluto dare i suoi effetti personali. Non sappiamo dove lavorava, e non sappiamo se e che tipo di contratto avesse. Ma sappiamo che non si può morire così. Senza senso, senza un perché. Taranto è diventata una città incattivita dall’odio razziale. Questo è un dato certo”. Il fratello di Bakari non ha voluto parlare, ha ascoltato la telefonata, ma non ha la forza e la volontà di dire nulla. E nel nulla sprofonda la vita di Bakari.

Ora compito della Flai è quello di riempire quel nulla, e tenere gli occhi puntati sulla vicenda di Bakari, un morto fra i tanti morti della brutalità e dell’ignoranza. Vittima del clima di odio razziale che il vuoto istituzionale alimenta. Per il sindacato dell’agroindustria non esistono vite che valgono di più di altre, sulla bilancia della democrazia quello che pesa è la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici, una dignità che deve diventare il polo magnetico per riorientare le politiche di welfare.

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