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Diario dall’Uruguay. Giorno 3. Non è tutto “loro” quel che luccica

Diario dall’Uruguay. Giorno 3. Non è tutto “loro” quel che luccica

Abbiamo incontrato Luce Fabbri nelle parole di Lucia Topolanski. Luce è anarchica. Figlia di anarchici. Cresce a pane – quando ce ne è – e anarchia: “la rivoluzione dell’amore e non dell’odio”, diceva Luigi, suo padre. Dopo alcuni anni di esilio in Francia, la giovane donna e la sua famiglia fuggono da Bologna e dall’Italia fascista nel 1929 con dei passaporti falsi, e si stabiliscono a Montevideo, in Uruguay. Qui Luce dirige la rivista “Studi Sociali” e insegna Letteratura Italiana all’Universidad de la República per oltre quarant’anni. E’ morta a novant’anni Luce, qui a Montevideo.

Intellettuale rigorosa, poetessa, militante, donna che attraversa due dittature – quella fascista italiana e quella militare uruguayana – senza mai piegarsi, incarnazione della critica radicale, della cultura libertaria, dell’internazionalismo.
A Montevideo viene riconosciuta e onorata, tanto da avere una via dedicata. In Italia, il silenzio.
“Ma lì c’è un po’ di fuoco. Stringo due mani e non ho più paura” recitano i versi di una delle poesie di Luce. Quel fuoco lo abbiamo visto e quelle mani le abbiamo strette questa mattina nella sala cinematografica, adattata a spazio conferenze, del sindacato Pnt.
Il Movimento Sindacale Femminista guidato da Carolina Spilman, vice presidentessa del Pnt, si prepara per la Giornata internazionale della donna, nel pomeriggio ci sarà un’assemblea, temi all’ordine del giorno la violenza contro le donne – sia sul posto di lavoro che all’interno dei sindacati -, la contrattazione collettiva con una prospettiva di genere, il lavoro non retribuito e
la sottoccupazione delle lavoratrici. E ancora, la proposta del movimento sindacale di redistribuire la ricchezza attraverso una sovrattassa dell’1% all’1% più ricco della popolazione, da destinare all’infanzia in condizione di povertà estrema. In Uruguay come in Italia, il dibattito sulla tassa patrimoniale si fa strada, come risposta concreta alle disuguaglianze.

La lotta per i diritti delle donne e la lotta contro le disuguaglianze che si tengono per mano, alimentandosi a vicenda. “Abbiamo
bisogno di una scossa al sistema politico – ci dice Carolina mentre arrotola lo striscione che porteranno al corteo dell’8 marzo –
affinché comprenda che questa un’emergenza nazionale”.

Bruceremo tutto. Diciamo in Italia. Il fuoco che rassicura. Cercano in Uruguay. Le fiamme che ardono nella lotta contro il patriarcato come forza che non distrugge ma costruisce, non divide ma raduna.

Saliamo al piano superiore, percorriamo i corridoi gialli e blu. La sala riunioni dove ci aspetta una brocca di acqua e della frutta fresca era la sala proiezione del vecchio cinema. Ora sulle pareti quadri con Che Guevara, acquerelli di uomini e donne in cammino. Aspettiamo Marcelo Abdala, presidente del sindacato nato il 1 maggio 1983 con l’istituzione della Convenzione Intersindacale dei Lavoratori (PIT) e della Convenzione Nazionale dei Lavoratori (CNT). La risposta dei lavoratori e delle lavoratrici alla dittatura militare brutale.

Marcelo arriva con il suo mate: “Parliamo lingue simili. Non solo perché l’italiano e lo spagnolo si somigliano — ma perché condividiamo un vocabolario essenziale: solidarietà, internazionalismo, diritti, lotta – e continua – Oggi il mondo del lavoro affronta sfide che nessun sindacato nazionale può affrontare da solo”. Quello che racconta Marcelo, rispetto ai lavoratori e alle lavoratrici del mondo rurale è un tessuto fatto di immigrati e ultimi, relegati ai margini economici con salari bassissimi, invisibili eppure insostituibili. Sono loro la vera garanzia della sovranità alimentare. Eppure restano i più esposti, i meno tutelati. La risposta, concreta e già sperimentata, arriva da due strumenti che la Flai conosce bene: il sindacato di strada, che raggiunge i lavoratori e le lavoratrici là dove vivono e lavorano, e la Legge 199, che contrasta lo sfruttamento e il caporalato.

Partiamo per la regione di Canelones, 70 km fuori Montevideo. Ci accoglie un imponente edificio in mattoni rossi, con finestre ad arco bordate di bianco e fori circolari nella parte alta della facciata. L’architettura industriale di fine Ottocento/inizio Novecento tradisce le origini del mulino, probabilmente costruito da immigrati europei.
Sul lato destro si intravede l’insegna “Mulino Santa Rosa”, un nome che non appartiene più ai padroni, ma ai lavoratori stessi.

La facciata è tutto ciò che resta del vecchio ordine, una scocca.
Dentro, tutto è cambiato. Gli spazi, le relazioni, il senso stesso del lavoro. Il Molino Santa Rosa non è un edificio recuperato: è una cooperativa rifondata dal basso, dove i lavoratori hanno preso in mano non solo i macchinari, ma il destino di un intera regione.

La dialettica è difficile nel mondo del cooperativismo, ma l’alternativa è il padrone.

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