“La decisione del Governo di procedere alla tassazione delle bevande zuccherate, la cosiddetta “sugar tax” (ancora prima delle merendine, ora accantonata) e della plastica da imballaggio, mette in evidenza come ci si trovi di fronte ad interventi che hanno il solo obiettivo di reperire risorse economiche per la manovra finanziaria e poco hanno a che vedere con la salute dei cittadini e la lotta all’inquinamento”. Lo dichiara Giovanni Mininni, Segretario generale della Flai CGIL nazionale.
“La tassa sullo zucchero non combatterà di certo l’obesità e né migliorerà la qualità delle bevande zuccherate, se mai dovesse essercene bisogno e perciò, da un governo che dichiara di preoccuparsi della salute dei propri cittadini, ci saremmo aspettati interventi che migliorassero la salubrità dei prodotti, diminuendo la concentrazione di quelle materie prime che dicono essere eventualmente dannose; ma è possibile farlo?
Tassare questi prodotti di largo consumo – continua Mininni – provoca, invece, un effetto che ci preoccupa: molte famiglie di reddito medio basso sarebbero spinte ad acquistare prodotti di minore qualità pur di poter continuare a comprare bibite analcoliche (vale anche per le merendine). Ed invece, chi ha un reddito medio alto continuerà a consumare bibite zuccherate di buona qualità perché può sopportare la tassazione”.
“Inoltre, come ha evidenziato anche la Federconsumatori, si darebbe un segnale sbagliato perché lo zucchero non è presente solo nelle bibite ma anche in tanti altri prodotti da colazione e da dessert che, non venendo tassati per il loro tenore di zucchero, apparirebbero più salubri delle bibite pur contenendo grassi e altre sostanze potenzialmente dannose per il rischio obesità”.
“Siamo a favore di interventi che incentivino la produzione di cibo di qualità – sottolinea Mininni – ma che sia a beneficio di un consumo di larga scala. Non ci trovano d’accordo misure che si scaricano sul prezzo finale e ricadono sui cittadini con redditi medio bassi”.
Argomentazioni di tipo diverso per la tassa sulla plastica che rischia di sortire lo stesso effetto perché, con molta probabilità, si scaricherà sul prezzo finale alla vendita e quindi sui consumatori.
“Siamo convinti della necessità di una svolta verso politiche industriali sostenibili e di cosiddetta “green economy” ma non si mettono in pratica certamente con interventi che potrebbero essere giustificati a valle di un processo di cambiamento delle politiche industriali. Liberarsi della plastica ci trova d’accordo – afferma Mininni – ma sappiamo anche che è un processo di medio termine che va impostato con serietà. Bisogna investire sulla ricerca affinché metta a punto prodotti naturali o biodegradabili che siano in grado di sostituire le attuali bottiglie e contenitori in plastica (e non siamo proprio all’anno zero); occorre incentivare la produzione di tali prodotti, costruendo filiere ed economie di scala; infine, non scaricare i costi su chi deve acquistare il prodotto contenuto nelle nuove bottiglie e nei nuovi imballaggi. Bisogna anche diminuire gli stessi imballaggi che a volte sono eccessivi”.
Mettere in campo un tale processo sarebbe una grande opportunità perché assumerebbe la valenza di una politica industriale di riconversione verso una produzione più sostenibile per l’ambiente ma diventerebbe una scelta ambiziosa e seria, di prospettiva. A quel punto, quando saranno già disponibili i prodotti alternativi alla plastica, ci si potrà porre il problema di disincentivarne l’acquisto con una tassazione aggiuntiva che farebbe da contraltare agli incentivi a materiali biologici ad economia circolare.
“Siccome ci sembra essere un po’ lontani da questa prospettiva, la misura di tassazione della plastica rischia di non risolvere il problema della sua riduzione nell’utilizzo ma addirittura di essere un ulteriore balzello che verrà probabilmente scaricato sul prezzo al consumo da parte dei produttori. E vale, perciò, lo stesso discorso fatto per la tassa sullo zucchero”.
“Inoltre e non per ultimo – conclude Mininni – queste misure, penalizzerebbero le attuali produzioni con una possibile contrazione dei volumi e ci preoccupa molto la ricaduta sull’occupazione che potrà esserci. Davvero un bel guaio!”.