“Lo stretto di Hormuz e gli shock energetici globali” un report della Fondazione Metes

“Lo stretto di Hormuz e gli shock energetici globali” un report della Fondazione Metes

Partendo dai contenuti di una nota della FAO del 19 marzo u.s. la Fondazione Metes ha approfondito l’impatto della crisi dello stretto di Hormuz in termini economici ed occupazionali facendo riferimento a diverse ulteriori analisi pubblicate recentemente che focalizzano l’attenzione sull’Italia (utilizzando come fonti tra gli altri i report dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani e l’Ufficio Parlamentare di bilancio) evidenziando il carattere strutturale del problema della transizione energetica. 

La guerra iniziata il 28 febbraio con l’attacco di Stati Uniti, Israele contro l’Iran ha innescato una nuova crisi energetica globale, con epicentro nello stretto di Hormuz, snodo strategico da cui transita circa un quarto del petrolio e una quota rilevante del gas naturale liquefatto mondiale. L’aumento del rischio geopolitico ha determinato una forte crescita dei prezzi dell’energia, con il petrolio in aumento del 20–35% e il gas fino al 75%, trasmettendo lo shock anche al mercato dei fertilizzanti e, indirettamente, al settore agroalimentare. 

A differenza della crisi del 2022, lo shock attuale origina principalmente dal lato energetico e si diffonde all’economia attraverso l’aumento dei costi di produzione e la riduzione del reddito reale, configurandosi come uno shock negativo di offerta. Le conseguenze includono maggiore inflazione, minore crescita e rischio di stagflazione, con effetti più intensi per l’Unione Europea rispetto agli Stati Uniti. 

Per il caso italiano, interventi come la riduzione delle accise, sono utili nel breve periodo ma limitati, rendendo necessarie strategie di lungo periodo basate sulla diversificazione energetica e sulla riduzione della dipendenza da aree instabili.

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