“L’alternativa all’emigrazione in Europa, al caos umanitario, ma anche all’idea di bombardare i barconi in Libia, costa davvero poco”. Inizia così la bella inchiesta di Fabrizio Gatti sull’Espresso e può essere l’inizio anche di questo editoriale che guarda al tema delle migrazioni attraverso un punto di vista particolare: l’esperienza della Flai Cgil in Burkina Faso.

In questo Paese dell’Africa il nostro sindacato, attraverso una campagna di sensibilizzazione e creando collegamenti diretti con gli abitanti del villaggio di Wuanda, ha costruito lo scorso anno un pozzo. Oggi quel pozzo funziona, dà acqua al villaggio e alle zone vicine, allevia la fatica di tante donne che ogni giorno erano costrette a fare anche 15 chilometri a piedi per procurarsi l’acqua.

Ora attorno a quel pozzo – come ci ha riferito l’Ambasciatore del Burkina Faso in Italia – si sono sviluppate piccole attività, che danno vita e sostentamento al villaggio, creando lavoro e socialità.
Il progetto della Flai in Burkina Faso va avanti e, dopo il pozzo, in questi giorni partiremo per la costruzione/ampliamento della piccola scuola del villaggio: attualmente è formata da due aule, ma con il nuovo anno ci sarà una nuova Prima e servirà una classe per i bambini che frequenteranno la Terza. Senza l’ampliamento, l’alternativa sarebbe o l’abbandono scolastico o trasferirsi in un altro villaggio, cosa non semplice.

Questi due importanti progetti, l’acqua e la scuola, hanno costi assolutamente sostenibili ma creano un circuito virtuoso per il quale – secondo un’antica ricetta, ormai da tutti dimenticata – si può dimostrare concretamente che molta della popolazione africana può essere aiutata nella sua terra, creando lavoro che a sua volta creerà infrastrutture necessarie ed altro lavoro. Una ricetta antica, che, a ben vedere, non è una forma di buonismo assistenziale, ma se messa in atto dai Governi occidentali si configurerebbe una sorta di restituzione e risarcimento a tanta parte dell’Africa con la quale, anche questa Europa ha qualche debito.

Come riportato dall’Espresso, nel 2014 per l’assistenza agli sbarchi in Italia sono stati spesi € 746.172.000 con quella cifra si potrebbero creare in Africa 597.000 posti di lavoro: in termini assoluti l’equazione potrebbe sembrare quasi provocatoria o non funzionare del tutto, ma in essa c’è un grande, grandissimo fondo di verità.
Noi, la Flai, con azioni concrete abbiamo dimostrato che qualcosa si può fare per affrontare in termini positivi e “preventivi” l’emergenza rappresentata dalle migrazioni, agendo – dove è possibile – nei Paesi di origine.

Abbiamo scelto di fare un pozzo ed una scuola, mentre altri – Governi ed istituzioni, che potrebbero avere un campo di intervento assai più vasto del nostro – propongono bombardamenti, missioni militari, frontiere chiuse, costruzione di muri, respingimenti. E qui nulla di nuovo, sono le stesse “soluzioni” che hanno creato il problema: soluzioni militari che aumentano la povertà e lo stato di emergenza di interi popoli; soluzioni di un colonialismo nuovo e vecchio al tempo stesso; muri da ergere, che come ci insegna la storia, non hanno mai fermato uomini e donne in fuga, ma semmai sono serviti “per impedire ai cittadini di uscire, più che per impedire agli stranieri di entrare” (Owen Lattimore).

L’acqua e la scuola sono cose concretissime ma contengono anche un alto valore simbolico: l’acqua è la vita, la possibilità di coltivare la terra, di lavorare; la scuola è il futuro di una famiglia, di un villaggio, di un popolo, è la possibilità di conoscere e di scegliere.

Si tratta di questioni rispetto alle quali il sindacato deve intervenire e per noi è stato naturale approdare a progetti di solidarietà fattiva e cooperazione nei luoghi d’origine, partendo dalla conoscenza diretta che lavoratori e lavoratrici immigrati ed impiegati in agricoltura ci hanno portato, raccontandoci le loro vite quando li incontriamo con il nostro Sindacato di Strada. Ci hanno parlato delle famiglie, dei problemi del villaggio, delle criticità che li hanno costretti a migrare anche se avrebbero preferito rimanere nella loro terra.

Politiche diverse ed una Europa diversa potrebbero cambiare lo stato attuale delle cose, agendo su due versanti: aiutare in loco e comunque accogliere in modo giusto e dignitoso, quanti, voglio ricordarlo, non fuggono solo dalla povertà e dal lavoro che non c’è ma anche da violenze e guerre. Per questi ultimi non possono esserci né muri né ghetti, ma corridoi umanitari e accoglienza degna di tale nome.