Con la tappa che si è svolta questa settimana tra le province di Pordenone e Udine si è chiusa l’edizione 2025/26 di Diritti in campo, la campagna di sindacato di strada promossa dal sindacato dell’agroindustria. Centinaia le lavoratrici e i lavoratori incontrati, molti dei quali vittime di caporalato e lavoro grigio
«Siamo lavoratori, non schiavi». Dragan, lavoratore agricolo rumeno impiegato nella filiera della barbatella, ce lo dice appena lo incontriamo, poco dopo il nostro arrivo in paese per le attività di sindacato di strada. Ci troviamo con le Brigate del lavoro della Flai, composte da sindacalisti e attivisti, nei territori a cavallo del fiume Tagliamento all’interno delle province di Pordenone e Udine. In campagna questi sono i giorni dedicati alla potatura e all’estirpazione della vite selvatica (tirá il mat, in friulano), sulla quale viene successivamente innestato un tralcio di vite europea. Si ottiene così la “barbatella”, che viene poi commercializzata e venduta alle aziende vitivinicole per l’impianto di nuovi vigneti.
Per dare una idea del giro d’affari di cui stiamo parlando, Vivai cooperativi Rauscedo (Vcr) – realtà con sede nel comune di San Giorgio della Richinvelda che conta oltre 200 soci – dichiara di vendere ogni anno 80 milioni di barbatelle in tutto il mondo, per un fatturato che nel 2023 superava i 105 milioni di euro. Secondo stime di alcuni anni fa, l’Italia sarebbe il primo produttore mondiale di barbatelle, piazzandone sul mercato circa il 30% tra quelle vendute nel pianeta.
Lo sfogo di Dragan (nome di fantasia, ndr) è solo una tra le tante denunce raccolte in questi giorni da sindacalisti e attivisti giunti qui da tutta Italia per partecipare all’ultima tappa dell’edizione ‘25/’26 di Diritti in campo, il sindacato di strada della Flai. Obiettivo: incontrare, ascoltare e organizzare lavoratrici e lavoratori agricoli direttamente nei campi e nei loro luoghi di ritrovo.
Durante la settimana di attività nelle campagne friulane Dina Sovran, segretaria generale Flai Pordenone, e Maurizio Comand, coordinatore Flai Fgv, hanno guidato due Brigate che si sono spostate a bordo di altrettanti furgoni per battere i campi del territorio, accompagnate dalla presenza fondamentale di Pashmeen Kaur e Tazeeb Tazeeb, che con la loro mediazione hanno permesso a sindacalisti e attivisti di entrare in contatto e allacciare un rapporto con i molti lavoratori agricoli stranieri, superando la barriera linguistica.
Come ha ricordato il ricercatore Ires Alessandro Russo durante il convegno conclusivo della settimana di sindacato di strada – che si è tenuto stamani al teatro Arrigoni di San Vito al Tagliamento – in Friuli Venezia Giulia si registra un aumento di lavoratori extracomunitari impiegati in agricoltura, in particolare provenienti da Pakistan e India. Spesso sono proprio loro i meno tutelati, perché in condizione di maggior ricattabilità e talvolta inconsapevolezza dei propri diritti.
Semplici guanti di lana né antitaglio né antistrappo, scarpe non antinfortunistiche, forbici tradizionali e non elettriche, niente occhiali di protezione: sono queste le condizioni di (in)sicurezza in cui sovente le centinaia di lavoratori incontrati dalle Brigate in questa settimana si trovavano a tirare il màt, una mansione che spacca la schiena, portata avanti anche per 8-10 ore al giorno a temperature proibitive, che in queste mattine sono andate abitualmente in negativo.
Questi però non sono gli unici problemi con cui i braccianti impiegati in queste zone si trovano a fare i conti. Ci sono le giornate in busta paga che spesso non vengono segnate (il cosiddetto “lavoro grigio”, ndr), il disagio abitativo, quando non le minacce, gli abusi dei datori di lavoro e il vero e proprio caporalato. Una situazione che l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai aveva attenzionato e analizzato già nel VI Rapporto agromafie e caporalato, pubblicato nel 2022, con un focus sulla provincia di Pordenone e in particolare sul comune di San Giorgio della Richinvelda.
Ai lavoratori e alle lavoratrici incontrati in questi giorni dalle Brigate del lavoro sono stati consegnati gilet catarifrangenti (utili per essere più visibili quando ci si sposta in bicicletta), scaldacollo, bustine con prodotti da forno tipici della cucina indiana sulle quali è stato apposto un qr code che permette di consultare i contatti del sindacato, brochure con le sedi Flai più vicine.
Secondo quanto emerge dai primi feedback dei partecipanti alle Brigate – che la Fondazione Metes si occuperà, come sempre, di raccogliere e sistematizzare – la maggior parte dei braccianti incontrati in questi giorni si è dimostrata ben disposta al dialogo, senza la diffidenza che in altri territori si è palesata con più frequenza. Alcuni lavoratori sapevano già della presenza delle Brigate grazie ai contributi dei media locali, come quelli della TgR del Friuli Venezia Giulia, del Messaggero Veneto e del Gazzettino, che hanno seguito e raccontato nei giorni scorsi le attività della Flai. Articoli e video che hanno generato sul web discussioni particolarmente accese, sintomo di quanto parlare di caporalato in queste zone sia ancora vissuto da molti come un tabù.
Per conoscersi meglio condividendo un momento di convivialità le Brigate del lavoro insieme alla comunità indiana e pachistana e a cittadini della zona hanno partecipato martedì ad una cena indo-pachistana al circolo Arci Cral “Galante Ciliti” di San Vito al Tagliamento. Anche in questo modo il sindacato si è aperto all’ascolto e alla condivisione dei bisogni e delle esigenze dei lavoratori agricoli stranieri del pordenonese. Lavoratori che il giorno dopo, presso la Camera del lavoro di Pordenone, hanno avuto la possibilità di partecipare ad una simulazione dell’esame per la certificazione della lingua italiana grazie al supporto dalla Fondazione Metes.
L’impegno profuso dalle strutture Flai con la campagna Diritti in campo si pone in un contesto politico complesso, che obbliga il sindacato a non fare passi indietro e anzi rilanciare la propria sfida nel contrasto a lavoro nero e illegalità. «Il governo Meloni – ha ribadito il segretario generale Giovanni Mininni durante il convegno conclusivo di stamani a San Vito al Tagliamento – ha deliberatamente scelto di non utilizzare circa 180 milioni di euro dei 200 destinati dal Pnrr per superare gli insediamenti abusivi in cui vivono migliaia di lavoratrici agricoli. Il generale disinteresse del governo verso il tema dello sfruttamento e del caporalato in agricoltura è evidente ed è un problema che non riguarda solo i lavoratori che ne sono vittima, ma anche le aziende che scelgono di competere nella legalità e che subiscono una concorrenza sleale da chi non rispetta le norme. Ci sono responsabilità chiare dietro a questi fenomeni – ha puntualizzato Mininni – che si possono sconfiggere se c’è la volontà politica di farlo».






























