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Diario dall’Uruguay. Giorno 2. Lezione 2: Cooperazione contro personalismi

Diario dall’Uruguay. Giorno 2. Lezione 2: Cooperazione contro personalismi

Il mate è la forma più antica di quello che la FLAI è venuta a cercare in Uruguay: la prova che tenersi insieme, anche quando si è diversi, è possibile. Basta avere coscienza politica, mettere l’autoreferenzialità all’angolo, e con la coerenza della lotta saper aspettare il proprio turno con pazienza e senza personalismi. La matera è per tutti e tutte, il Paese è di tutti e tutte.

Il mate non si beve da soli. Si prepara, si passa, si condivide e si aspetta che torni. È un gesto antico, che viene da leggende tramandate nelle foreste dei guaranì, in cui Yari, la luna, che scese sulla terra sotto forma di vecchia e fu ospitata da un uomo povero e sua figlia, donò, in cambio della loro accoglienza una pianta sconosciuta: le foglie dell’ilex paraguariensis, da cui ricavare una bevanda da condividere con chiunque avesse varcato la soglia di casa. 

La delegazione della FLAI-CGIL ha bevuto molto mate in questi giorni a Montevideo. Lo ha bevuto intorno ai tavoli del Fronte Ampio, dei sindacati, nella fattoria di Lucia Topolansky. Ogni volta che qualcuno passava la bombilla, stava ripetendo un gesto che ha tremila anni: quello di riconoscere nell’altro un compagno e una compagna. Con questo gesto antico si costruisce uno spazio comune.

È da lì che nascono la cooperazione e l’internazionalismo

La sede del PNT-CNT, Plenario Intersindical de Trabajadores – Convención Nacional de Trabajadores, dove la Flai è stata accolta in mattinata, ha una storia. Era un vecchio cinema, abbandonato, di proprietà della Previdenza Sociale. Quando il Fronte Ampio è salito al potere, la Previdenza ha deciso di dare in comodato d’uso la struttura al sindacato. Non una concessione ma una scelta politica precisa, che dice da che parte sta lo Stato. In Italia lo Stato che concede una sede a un sindacato sarebbe la trama di un film di fantascienza.

Oggi il primo incontro con Pnt a cui ne seguirà un altro domani. Conosciamo la Responsabile delle politiche internazionali. Il sindacato è caratterizzato da una forte impronta antimperialista, di critica alle politiche neoliberiste, e di stigmatizzazione del modello discriminatorio che fa della povertà una cicatrice sociale.

Si parla di Cuba, ovviamente. Si parla di Venezuela, inevitabilmente. Di Palestina. Di Iran e della guerra che da qui è lontana ma non fa meno rumore.

Dopo l’incontro al Pnt, la delegazione continua la giornata, fatta per lo più di incontri istituzionali, si, ma sempre all’insegna del Mate. Qui incontrare i vertici apicali delle grandi istituzioni non è come in Italia. L’informalità che si tocca non è sciatteria: è fiducia. È la forma esteriore di un sistema che non ha ancora trasformato le istituzioni in fortezze da presidiare.

In Italia è diverso. L’Italia della forma rispettata e della sostanza svuotata è diventata un luogo dove ci si prende tremendamente sul serio senza essere seri. Le istituzioni come palcoscenico, chi ricopre un ruolo sembra interpretarlo, con o senza costumi di scena, le relazioni seguono canovacci da rispettare ma non risolvono problemi, non aiutano nessuno se non i propri personaggi e le loro maschere. Oggi in Uruguay è l’ultimo giorno di Carnevale, in Italia il gioco delle maschere sembra non chiudersi mai.

Nella Torre Esecutiva del Governo, Martin Glavijo, Direttore esecutivo dell’Agenzia di Cooperazione Uruguaja, ci versa il caffè. La trama sembra diversa già dalle premesse: sostanza e concretezza senza indugi. “Noi siamo disponibili a verificare tutte le iniziative che territori, agenti sociali, governi e privati ci propongono” dice Martin. Poi però capiamo che l’accettazione della discussione non automatizza la ricezione: non sono interessati a qualsiasi cosa, vogliono che si attivi la formazione dei loro giovani, la conoscenza e si alimentino le possibilità, non la burocrazia.

Pragmatismo e ideologia sono la sensazione di fondo. Non si può escludere che fosse una tattica, un modo per mettere a proprio agio le anime sindacali della delegazione della Flai. Ma ammesso che lo fosse, il risultato non cambia: le barriere si abbassano, le trame spariscono, e si discute nel merito. Di collaborazione concreta, di lungo periodo, di obiettivi comuni. 

La giornata si chiude incontrando Fabrizio Petri, ambasciatore italiano. Personaggio caleidoscopico ed enigmatico. Figlio di un ufficiale pilota dell’Aeronautica Militare, in età adulta incontra la nonviolenza e ne diventa un fervente sostenitore. Non mangia carne, non usa cuoio e fa della difesa dei diritti civili una parte importante del suo impegno politico, in Italia come all’Estero. In particolare concentra le sue battaglie pacifiche verso la tutela dei diritti umani delle persone LGBTI. E’ tra i fondatori ed è stato Presidente dell’Associazione Globe-MAE, che raggruppa dipendenti LGBTI del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Poco prima di salutarci afferma: “Un bravo diplomatico deve saper toccare i tasti di tutta la tastiera del pianoforte. Non solo le note alte, non solo quelle basse. Tutta la tastiera”.

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