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Diario dall’Uruguay. Giorno 1. Lezione 1. L’importanza di stare insieme

Diario dall’Uruguay. Giorno 1. Lezione 1. L’importanza di stare insieme

Come fa il Fronte Ampio a tenere insieme ciò che in Italia continua a dividersi? Movimenti, sindacato, partiti. Tre mondi che da noi si parlano poco e si fidano ancora meno. La delegazione della Flai Cgil è arrivata a Montevideo con questa domanda in tasca, sindacalisti che fanno i conti ogni giorno con la frammentazione italiana e che hanno scelto di venire a vedere da vicino un’esperienza che quella frammentazione l’ha storicamente superata.                 

La prima giornata del viaggio in Uruguay si apre così, con un confronto schietto e diretto con le figure apicali del Fronte Ampio, siamo nella sede del Fronte, nel cuore della città vecchia di Montevideo. Al centro del cortile ti accoglie la Ceiba Speciosa, un albero secolare. Intorno panchine, murales e un bar autogestito che nulla ha delle bouvette europee dei luoghi del potere.

La Ceiba è un simbolo inconsapevole della composizione del Fronte. Non sceglie i suoi rami, li lascia crescere secondo la propria natura. Ci sono i rami contorti dei tupamaros, segnati dalla prigione e dalla tortura, fioriti poi nel Movimiento de Participación Popular di Mujica — il ramo più grande, quello che si muove per primo quando soffia il vento. Ci sono i rami socialisti, concimati dal movimento operaio del primo Novecento. Quelli progressisti, che profumano di libertà individuali conquistate con tenacia. Quelli cristiano-democratici, che si curvano ma non si spezzano. E i rami più giovani, nutriti da battaglie ambientali, femministe, indigene. Un albero che affonda le radici nel pragmatismo e trasforma gli ideali in cose da costruire.

Intorno al tavolo la delegazione italiana, esponenti del Fronte, rappresentanti del sindacato uruguaiano e i compagni dell’Inca Cgil. Una discussione senza formalismi.

Fernando Pereira, segretario del Fronte Ampio ha messo sul tavolo un tema prioritario. Il welfare. “C’è una differenza fondamentale tra diritti formali e diritti reali. Noi vogliamo dare a tutti i cittadini e le cittadine non solo la possibilità di accedere ai servizi essenziali, ma di farlo con gli strumenti adatti. Non vogliamo semplicemente che i bambini e le bambine vadano a scuola: vogliamo che ci vadano con uno zaino, e che in quello zaino abbiano tutto il necessario per studiare.”

E oggi di bambini con gli zaini e i grembiuli con il fiocco blu era piena la città e le zone rurali. E’ il primo giorno di scuola in Uruguay, a Montevideo città dal taglio europeo dai viali larghi, i palazzi Liberty, il lungomare, come nei barrios della periferia, strade più strette, odore di plastica bruciata, cassonetti in fiamme, case basse, una vita che si svolge fuori, sui marciapiedi, nei cortili. 

La delegazione ha continuato la densa giornata di incontri nel Barrio El Cerro, la zona in cui c’è la casa di Pepe Mujica e di Lucia Topolansky. Qui c’è la Scuola rurale fortemente voluta da Pepe che poggia su un terreno da lui donato per l’insegnamento dei mestieri agricoli. Ed è proprio in questo basso edificio bianco su una strada sterrata che il welfare citato dal segretario del Fronte Ampio ha una porta. Sono oltre mille e ragazzi e le ragazze iscritte, vengono anche da lontano; un bimbo, che per l’altezza sembra molto più piccolo dei suoi dodici ma con lo sguardo da adulto viene da Santa Rosa a 40 chilometri di distanza. All’uscita rimane solo, aspetta che qualcuno lo venga a prendere e arriva il papà, su un mezzo assemblato in maniera creativa, funzionale e sgangherato, una vecchia ducati che traina il cassone di un Ape Piaggio. Si Sorridono, non si parlano. Lasciano una scia di fumo e cominciano il loro viaggio.

Qui le idee di sinistra espresse la mattina trovano una forma concreta, non rimangono intenzioni. Anche perché le intenzioni non cambiano la vita di nessuno. E in Uruguay si respira pragmatismo. 

Dall’altra parte della strada una piccola fattoria in tipico stile Uruguaiano. Davanti al cancello una targa di legno “El Pueblo” è la fattoria dove per 45 anni hanno vissuto Pepe e Lucia. Ora è rimasta lei. Ci accoglie in uno spazio di prato ombroso. Ci sono delle panchine costruite con dei tappi di plastica riciclata. Lei, capelli bianchi e vestito avana, ci sorride. Ci accomodiamo senza nessun invito a sederci. Siamo a casa, si sente e si respira. Ci conosciamo già, perché Lucia e il suo Compagno di vita, sono degli esempi, uno schiaffo gentile per tanti di noi che abitano la sinistra italiana, abituata ad attori politici che parlano di uguaglianza e vivono da privilegiati.

Lucia Topolansky non si presenta come ex vicepresidente. Si presenta come militante. Il potere istituzionale, per lei, è stato un passaggio — necessario, strumentale, temporaneo. La militanza è la condizione permanente, quella che viene prima e resta dopo.

Legge le contraddizioni senza filtri. Sugli immigrati è diretta: “anche noi, come voi, siamo figli e figlie delle migrazioni” – dice – “e chi oggi usa gli stranieri come bersaglio tradisce la propria stessa storia”. Anche sulla politica italiana è netta Giorgia Meloni  è “mala” può essere anche una mujer, ma è “Una mujer mala”.

Guarda al futuro Lucia, vestita dei suoi novant’anni. Stanno facendo un lavoro di trascrizione di tutti i discorsi di Pepe, non “ce ne facciamo niente di un museo, dobbiamo lasciare documenti che possano insegnare, perché da lui e dalle sue idee può e deve nascere confronto e costruzione, anche passando dal conflitto”. Lo studio, la capacità di analisi e l’importanza della memoria storica sono importanti punti di incontro tra la Flai, che tra le moltissime attività promuove una Scuola di politica sindacale, e la sinistra dell’Uruguay.

Facciamo la foto di rito, dietro di noi un immagine tutt’altro che rituale, quando si incontra una vicepresidente di un Paese come l’Uruguay. Il pollaio, decine di galline che gironzolano.

In Uruguay il partito non va al governo e smette di fare politica dal basso. Continua a farla. I murales sui muri della città sono uno strumento di militanza attivo, visibile, quotidiano. Non sono il segno di una sinistra che non ha ancora vinto. Sono il segno di una sinistra che non ha smesso di lottare e denunciare, nemmeno dopo aver vinto.

Lucia ce lo ha detto con chiarezza: la denuncia e la soluzione del problema non sono la stessa cosa e non hanno lo stesso percorso. Si può essere al governo e non riuscire a risolvere tutto, ma non si deve mai smettere di denunciare i problemi. E’ così che la politica si fa presenza attiva sui territori.

Su un silos appena fuori dalla contrada di El Cerro c’è un murales dedicato a Pepe, nella mano sinistra il mate, nella mano destra una borraccia di latta. Sul viso un sorriso accogliente e due occhi vispi con uno sguardo profondo e teneramente intransigente, lo sguardo di chi sa di stare dalla parte giusta della storia.

Sotto, lungo la strada un segnale stradale “Ceda el paso”, si legge al centro del triangolo bianco. Ma qui il passo non lo cede nessuno. Non si fanno passi indietro rispetto ai diritti umani, all’etica pubblica, al pragmatismo degli ideali, alla costruzione di giustizia sociale e alla felicità come orizzonte politico.

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