Contrattazione e salario minimo, l’unione fa la forza

Giornata di studio organizzata dalla Flai e Metes con europarlamentari, studiosi di statistica, esponenti della Ces e sindacalisti di diverse categorie

La Flai e Metes hanno fatto gli onori di casa, e c’erano davvero tutti nella sede della scuola politico sindacale di via dall’Arco De’ Ginnasi per discutere di salario minimo: europarlamentari, studiosi di statistica, esponenti della Ces e sindacalisti di diverse categorie della Cgil. Protagonisti di una discussione approfondita su un  tema che è per forza di cose centrale non soltanto nel dibattito pubblico italiano, e che riguarda l’intero Vecchio Continente. In una fase storica dove fasce sempre più ampie della popolazione sono povere anche lavorando, lo strumento del salario minimo può essere di grande aiuto soprattutto per le lavoratrici e i lavoratori più deboli, senza naturalmente rinunciare allo strumento della contrattazione, fondamentale per assicurare diritti e tutele in ogni impiego. Il direttore di Tecné, Carlo Buttaroni, in questa occasione veste i panni dell’avvocato del diavolo, prendendo come modello il caso tedesco per scrivere una sorta di ‘bugiardino’ con un’analisi sull’efficacia del provvedimento ma anche dei suoi effetti collaterali. Quando però Lorenzo Repetti, responsabile politico Ces, ricorda che quasi un secolo fa, nel New Deal di Franklin Delano Roosevelt, le imprese statunitensi che non potevano pagare un salario dignitoso perdevano il diritto di esistere, si capisce bene come l’attuale sistema neoliberista finanziarizzato sia come un convoglio ferroviario sfuggito al controllo dei macchinisti. “C’è la necessità di un intervento a garanzia dell’adeguatezza delle retribuzioni dei lavoratori, in particolare di quelli in condizione di povertà anche per colpa dell’inflazione”, sintetizza Repetti. In proposito, anche la Costituzione repubblicana sancisce un principio chiaro: al lavoratore deve essere riconosciuta una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa per sé e per la propria famiglia, prescrive l’articolo 36. Per Camilla Laureti, europarlamentare del Partito Democratico, “un testo unitario delle opposizioni per l’introduzione del salario minimo è un’ottima notizia. Parliamo di una misura di civiltà di cui l’Italia ha bisogno e che tiene virtuosamente insieme la contrattazione collettiva e il principio di una soglia minima di 9 euro l’ora sotto la quale non è possibile andare”. Sabrina Pignedoli, europarlamentare Movimento Cinque Stelle, non ha dubbi: “Imporre un salario minimo in Italia non servirebbe solo a combattere l’odioso fenomeno delle paghe da fame, ma farebbe anche bene all’economia in generale. Secondo uno studio dell’università di Harvard il salario minimo ha portato nei 22 Paesi europei che lo hanno adottato ad un aumento del Pil e dell’occupazione”. Tocca a Francesca Re David tirare le fila della discussione. La segretaria confederale nazionale della Cgil chiede “un salario minimo orario che dia sostegno alla contrattazione, all’equo compenso, insieme a una legge sulla rappresentanza. C’è attacco furibondo alla contrattazione – aggiunge – al Cnel sono registrati circa un migliaio di contratti, al cui interno proliferano quelli pirata, utilizzati per fare puro e semplice dumping contrattuale”. Andrea Coinu e Tina Balì dirigenti della Flai Cgil si collegano a quanto detto da Re David per sottolineare che “delle tante voci che si levano contro il salario minimo, nessun critico ha una paga oraria inferiore a quanto sarebbe previsto se il provvedimento fosse approvato. Anche in agricoltura ci sono problemi legati a minimi orari bassissimi per le lavoratrici e i lavoratori del comparto. Il salario minimo ha la logica di stabilire una soglia di dignità sotto la quale la prestazione lavorativa non può considerarsi accettabile, in parallelo con il rafforzamento della contrattazione per estendere la copertura contrattuale al numero maggiore di lavoratori. Proprio per questo, ad esempio, c’è l’impegno della nostra categoria alla definizione di un unico Ccnl per tutti gli addetti dell’industria alimentare”.

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