da Lotte Agrarie del Gennaio 1969

DISARMO DELLA POLIZIA

Una riflessione di Sante Moretti, dirigente nazionale Federbraccianti, all’indomani dell’eccidio di Avola del 2 Dicembre 1968

L’apparato repressivo si è messo in moto. Le famiglie dei due braccianti assassinati sono ancora in pianto, i fiori sulle loro tombe non hanno avuto il tempo di avvizzirsi, e già piovono fitte denunce a carico dei sopravvissuti.

La violenta campagna scatenata dall’agraria, la pressione del padronato, ancora una volta vengono raccolte e con l’intimidazione e la repressione si tenta di ricostruire quel «potere» che il padronato agrario aveva visto incrinato dalla possente lotta dei braccianti di Siracusa e della Sicilia.

Le accuse mosse ai braccianti, ridicole ed infondate, servono da diversivo per coprire le responsabilità «provate» della polizia, per rendere più ardua la lotta. Servono a rendere più difficile l’azione per il disarmo della polizia in servizio di ordine pubblico.

Ma non è solo questo l’obiettivo; si vuole fermare il moto di ribellione e di protesta che monta in Italia e che ha visto milioni di lavoratori mobilitarsi unitariamente negli scioperi bracciantili, contro le gabbie salariali, per la riforma delle pensioni.

Il tentativo non è nuovo; già in passato, quando le lotte divenivano acute e contestavano, spezzavano, il meccanismo del sistema, colpivano al cuore il profitto e la sua logica brutale, impedivano le avventure reazionarie, si è ricorso sistematicamente alla repressione e alla provocazione.

Quest’anno lo scontro con gli agrari è stato ed è particolarmente acuto; i braccianti, i coloni, i salariati, pongono con forza aumenti salariali, il diritto ad intervenire nel processo produttivo per determinare i livelli di occupazione, l’indirizzo degli investimenti, la condizione del fattore «lavoro». La risposta dell’agraria è NO! come testimonia l’andamento della vertenza nazionale e di quelle provinciali. Per il padronato agrario sono in gioco i diritti secolari, sopravvivenze feudali unite a moderne connivenze e rendite; di conseguenza chi lotta, chi protesta è un «sovvertitore» di un ordine che crea disoccupati, che tiene in soggezione e nell’indigenza milioni di lavoratori, che permette palesi violazioni della libertà come nel caso del mercato di piazza. Solo se ci si colloca in questo contesto si comprende l’incredibile denuncia dei braccianti di Avola ed anche che tipo di risposta occorre dare.

All’agraria si risponde intensificando e generalizzando la lotta sugli obiettivi del potere sindacale (occupazione, indirizzo degli investimenti, contrattazione aziendale), nelle aziende, nelle province e anche con grandi movimenti nazionali. Qui si tratta di conquistare in tutta Italia quei diritti e strumenti di potere sindacale che in Sicilia la lotta ha strappato e che oggi con la repressione si vorrebbe annullare.

Al Governo, che permette l’utilizzo della macchina dello Stato nell’azione repressiva, si risponde con una decisa lotta sui temi delle libertà democratiche e civili pretendendo il disarmo della polizia ed un diverso rapporto fra lo Stato ed i cittadini.

Gli impegni, la commozione, le cause che stanno all’origine dell’eccidio oggi si vorrebbero scordare.

Ciò non avverrà, i lavoratori non lo permetteranno e la generosa categoria dei braccianti sarà in prima fila in una lotta che ha, fra l’altro, un alto valore ideale e di promozione civile e sociale.