Quale futuro per la pesca nel Mediterraneo? La Flai vola a Bruxelles

A Bruxelles si discute del futuro della pesca nel Mar Mediterraneo, esperti del settore, sindacalisti, politici riuniti intorno a un tavolo per una riflessione che non può più essere rinviata. Con Antonio Pucillo, in rappresentanza dell’Etf, ci sono il professor Giulio Malorgio dell’università di Bologna, Pietro Bartolo europarlamentare e membro della Commissione pesca del Consiglio europeo, Javier Gravat Presidente di Europeché. La Federazione europea dei lavoratori dei trasporti (Etf) e i suoi affiliati seguono con attenzione e preoccupazione la crisi della pesca. Gli sforzi e i sacrifici fatti dai pescatori negli ultimi anni per raggiungere gli obiettivi di una pesca sostenibile non hanno portato ai risultati sperati. Un dato che dimostra come altre attività umane, e non solo la pesca, abbiano un impatto rilevante sugli ecosistemi marini. Nel gennaio 2023 il Consiglio consultivo per il Mediterraneo (Medac) ha adottato una valutazione degli indicatori disponibili per calcolare l’impatto socioeconomico dei piani di gestione del bacino, basandosi su uno studio che ha utilizzato dati convalidati dallo Stecf. L’immagine che ci viene restituita è quella di un settore che fatica ad andare avanti, e che quindi ha grande difficoltà ad essere attrattivo per i pescatori in erba, giovani leve indispensabili per la stessa sopravvivenza del comparto. Eppure la pesca è fondamentale per intere comunità, e contribuisce alla sicurezza alimentare europea, assicurando standard di qualità molto più alti dei prodotti importati da fuori. Visto il recente pacchetto di comunicazioni della Commissione europea sulle politiche comuni della pesca, stakeholder e rappresentanti delle varie istituzioni si interrogano sul tipo di soluzioni che si possono trovare per creare le condizioni necessarie a dare un futuro ai pescatori e alla pesca nel Mediterraneo. “Secondo un’indagine che riporta i dati del settore dal 2008 al 2021, in questi anni in Italia la pesca ha perso 1800 posti di lavoro, il 38% di giorni lavorati e il 20% delle imbarcazioni – spiega il capo dipartimento pesca della Flai Cgil Antonio Pucillo – sono stati messi in atto tutti i cambiamenti richiesti in termini di riduzione dei giorni di attività, modifica delle attrezzature, rispetto delle aree marine protette. La cintura è stata stretta a tal punto che, nei giorni in cui preparavamo la mobilitazione nelle marinerie, in risposta al nostro invito a manifestare molti ci hanno chiesto che venisse riaperto il ‘disarmo’. Già, perché la pesca è l’unico settore dove ti pagano per chiudere, e ci sono stati veri e propri finanziamenti per convincere i pescatori a cessare un’attività che pure non sta fallendo. Nonostante tutti i sacrifici fatti, che non hanno nemmeno portato ai risultati sperati sul fronte della sostenibilità, il Piano d’azione Ue intima lo stop entro il 2030. Una posizione insostenibile che ha trovato una risposta altrettanto decisa, con una mobilitazione che ha visto protestare migliaia di persone all’ingresso dei porti e sui moli”.

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