Una fiumana di volti, colori, suoni, slogan, cartelli e striscioni. Un serpentone prevalentemente colorito di rosso. Rosso vivo come la bandiera della Flai Cgil

 

Fu una strage. Sedici lavoratori stagionali migranti morti sulle strade della Capitanata nei giorni 4 e 6 agosto 2018. Il dolore, la rabbia, lo sgomento segnavano i volti, le voci. Occorreva fare qualcosa. Per non farsi tramortire dallo sconforto.  Si optò per una manifestazione di popolo, di solidarietà, di vicinanza a quelle migliaia di lavoratrici e lavoratori. Per non farli sentire soli. Per invocare, ancora una volta, la necessità di affermare le ragioni della legalità e della dignità nel comparto agricolo.

A Foggia fu una grande manifestazione. Una fiumana di volti, colori, suoni, slogan, cartelli e striscioni. Un serpentone prevalentemente colorito di rosso. Rosso vivo come la bandiera della Flai che qui, nelle vicinali, negli sterrati, nei campi e nei ghetti della Capitanata, aveva incardinato dieci anni prima una straordinaria mobilitazione, “Oro rosso”, che ne avrebbe galvanizzato l’inossidabile slancio, l’intramontabile grinta nella lotta allo sfruttamento. Un serpentone rosso come la bandiera della Cgil che qui, nelle terre di Giuseppe Di Vittorio, è stata il riparo, il collante, lo scudo, ma anche la forza propellente per schiere di lavoratrici e lavoratori, nelle lotte più aspre contro il dominio e la prepotenza dei padroni-predoni. Latifondisti si chiamavano un tempo. Temuti. Riveriti. Convinti della propria invincibilità. Furono travolti dalla forza organizzata dei lavoratori.

La Flai e la Cgil non volevano rassegnarsi, nonostante lo shock tremendo della doppia mattanza del 4 e 6 agosto. Cosi come non si erano rassegnate di fronte alla drammatica vicenda dei 119 desaparecidos polacchi, sempre nelle campagne della Capitanata, nel 2006. Lavoratori reclutati in patria con promesse alettanti di lavoro, e successivamente immersi in condizioni infernali. In altre parole, ridotti in schiavitù, depredati della propria libertà da organizzazioni criminali che disponevano del potere di vita e di morte su di loro, come raccontato con straordinario acume dal compianto Alessandro Leogrande in “uomini e caporali”.

Ecco, la dialettica uomini e caporali, lavoratori e aguzzini, sfruttamento e calpestio della dignità furono al centro del comizio conclusivo di quella storica manifestazione dell’08 agosto 2018. In un piazzale del Teatro Giordano rivelatosi troppo piccolo per contenere la marea umana accorsa. Mentre il crepuscolo agostano calava lentamente sulla piazza, le commoventi parole di Daniele Iacovelli della Flai Foggia la vivificarono, come se fossero nuova linfa, anche in omaggio agli scomparsi: “questa manifestazione non è solo in nome di Amadou, Aladjie, Cessay, Moussa, Ali e gli altri dodici ragazzi morti e dei feriti sulle nostre strade mentre tornavano dal lavoro stipati come bestie in due furgoni malmessi come sono la stragrande maggioranza dei furgoni che attraversano la nostra Capitanata magari in mano a reti di persone che tengono in mano le catene di tutti noi. Le catene ci stringono il cuore, ci tolgono il respiro, ci rubano la dimensione della vita. Manifestare per chi ci ha lasciato, manifestare per chi resta, manifestare per rompere le catene, per distruggerle, manifestare per la libertà, per il giusto salario, per la dignità, per non essere schiavi”.

Sono passati due anni da quell’ecatombe e da quella straordinaria risposta di popolo. Permane il sistema di gestione opaca nella manodopera impegnata nell’economia primaria. Negli spazi e nei tempi del lavoro agro-pastorale, continuano a regnare sovrani lo sfruttamento, il caporalato con il corollario di abusi, violenza e reificazione dei lavoratori.

I numeri dell’emersione nella Capitanata -ma non solo- sono sintomatici di un sistema nel quale il rispetto del lavoro è spettrale, l’applicazione del Contratto una chimera. Al contempo, il numero di arresti e di operazioni di Polizia Giudiziaria contro lo sfruttamento e il caporalato danno il senso della lunga strada ancora da percorrere. La Flai non arretrerà per far sventolare il vessillo della legalità nell’economia del lavoro primario. Lo dobbiamo anche ai morti dell’estate 2018 nel foggiano.

Jean René Bilongo