Verso il 17 ottobre: CONTRO IL CAROVITA

Verso il 17 ottobre: CONTRO IL CAROVITA

Se oggi milioni di persone fanno fatica ad arrivare alla metà del mese non è perché lavorano meno. Al contrario. Si è poveri anche lavorando perché il valore prodotto dal lavoro è distribuito in modo sempre più ineguale.

I dati dell’agroalimentare, come si legge bene nel “Report Commissione di allerta rapida sull’aggiornamento sull’andamento dei mercati (…) con specifico riguardo al ‘carrello della spesa’” redatto a inizio settembre dalla Fondazione Metes, raccontano una realtà che non può essere ignorata. Negli ultimi mesi il costo dell’energia è tornato a crescere con forza, trascinando l’intera filiera produttiva. Il gasolio agricolo è aumentato di quasi il 50% rispetto allo scorso anno, mentre i fertilizzanti hanno registrato rincari che arrivano a superare il 35%. A crescere sono i costi di produzione, di trasporto e di trasformazione. E questo grazie alle scellerate guerre dei cosiddetti “potenti del mondo”.

Al caro energetico si somma quello legato alla crisi climatica. Siccità, ondate di calore e incendi hanno compromesso le produzioni, determinando aumenti significativi per numerosi prodotti ortofrutticoli. Negli ultimi cinque anni, secondo elaborazioni sui dati Istat, i prezzi dei prodotti alimentari in Italia sono aumentati del 29,5%, contro una crescita del 21% dell’indice generale dei prezzi. 

Pomodori, radicchio, zucchine, peperoni, cetrioli e altri ortaggi hanno registrato rialzi anche a tre cifre, con punte superiori al 110%. Seguendo i dati rielaborati dalla Fondazione Metes, rispetto a settembre del 2025, il caffè è aumentato di circa il 50%, le patate di oltre il 20%, i pomodori (occhio di bue) il 105% mentre quelli a grappolo dell’82%, le carote sforano del 23%, il parmigiano del 10%, le angurie, il cui peso piega le schiene di lavoratori e lavoratrici migranti e non, sotto il sole cocente, sono salite dell’84%

Chi beneficia di questi aumenti? Non certamente le lavoratrici e i lavoratori dei campi, non gli operai e le operaie dell’industria alimentare, non chi lavora nella logistica e nella distribuzione. La filiera e chi la sostiene è in ginocchio. E nessuno sembra voler tendere una mano per risollevare la situazione.

Da alcuni mesi il sistema Buy Now Pay Later (Compra Ora e Paga Dopo), nato per dilazionare i consumi velleitari, sta diventando un’opzione per comprare il pane da mettere a tavola. Lo ha fatto la catena Pewex, 40 punti vendita nel Lazio e un fatturato complessivo del gruppo pari a 880 milioni di euro alla fine del 2025, proponendo “La spesa a rate”.

In una fase segnata dall’aumento del costo della vita, dai salari insufficienti e dalle nuove povertà insospettabili, l’idea di rateizzare la spesa alimentare diventa la prova emblematica del fallimento di un modello economico che non redistribuisce ricchezza, una conseguenza che fa paura e che va letta in maniera critica e attenta perché anche figlia di un’economia di guerra oltre che del massimo profitto. Nessuno dovrebbe essere costretto a indebitarsi per riempire il carrello. La priorità non è moltiplicare gli strumenti di credito, ma garantire salari giusti, pensioni adeguate e un lavoro capace di proteggere dalla povertà.

Non è accettabile. Non si tratta della salumeria sotto casa che fa credito basando la scelta sulla fiducia reciproca, negozietti che tra l’altro non esistono più, ma parliamo di un sistema di credito che fagocita le persone illudendo di stare dalla parte di chi, pur continuando a fare sacrifici, lo fa indebitandosi.

E non ci sono rinnovi di contratti che tengano. Anche se ci adoperiamo sempre di più per ottenere salari più alti con la nostra contrattazione, i meccanismi con i quali rinnoviamo i contratti sono figli di un’altra epoca storica, dove l’inflazione non cresceva oltre il 2% ma soprattutto non crescevano quei beni economici che a volte sfuggono anche all’inflazione e che ho citato prima. Riallineare un contratto dopo quattro anni non è più possibile. Diventa perciò necessario che dal confronto di CGIL, CISL e UIL con Confindustria e le altre 12 Associazioni datoriali, esca un accordo che preveda almeno quel riallineamento annuale al costo della vita che abbiamo proposto nella Piattaforma unitaria. Se non altro quello potrebbe essere uno strumento che aiuta la tenuta dei salari ed evita che si impoveriscano.

Il lavoro impoverito sta divorando con ferocia i lavoratori e le lavoratrici che, oltre a subire i tagli alla sanità, ai servizi pubblici e alla scuola, devono sempre più stringere la cinghia anche sul cibo.

Per tutto questo dobbiamo scendere in piazza il 17 ottobre con la Via Maestra: per le lavoratrici e per i lavoratori, per noi stessi, per chi non si sente rappresentato, per chi deve affrontare mesi di attesa per un’accertamento, per i compagni e le compagne di Spin time buttati in mezzo a una via, per i lavoratori della Biancoforno non più disposti a compromessi fuori dal contratto nazionale, per i pescatori di Mazara del Vallo che non possono più uscire con le barche, per i dipendenti della Barilla nel limbo del licenziamento, per i lavoratori migranti di Borgo Mezzanone, per le famiglie dei lavoratori morti nei campi in quest’estate infuocata. E non basta essere tutte e tutti noi. Occorre che CONTRO IL CAROVITA a Roma si sia in tanti in piazza e questa sarà la nostra parola d’ordine.

Giovanni Mininni

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