Biancoforno in sciopero: quando la dolcezza nasconde la violazione dei diritti essenziali

Biancoforno in sciopero: quando la dolcezza nasconde la violazione dei diritti essenziali

Sono friabili, profumati, genuini. La ricetta dei prodotti di alta pasticceria della Biancoforno — storica azienda dolciaria del pisano ed eccellenza del Made in Italy — potrebbe sembrare perfetta. L’odore e il sapore rimandano al passato, alle cucine di una volta, ai pomeriggi invernali passati a fare merenda con un tè caldo.
Eppure, dietro questa apparente dolcezza si nasconde un ingrediente tossico: il disconoscimento dei diritti fondamentali di chi quelle eccellenze le produce, giorno dopo giorno, ora dopo ora. È così che il sapore dei biscotti lascia il posto a un retrogusto amaro: una miscela stucchevole di bile e miele che gli operai dello stabilimento non sono più disposti a ingoiare.

La mobilitazione nata all’interno dello stabilimento pisano rappresenta un punto di svolta. Al centro della protesta c’è prima di tutto un caso emblematico: il licenziamento di un lavoratore dopo 30 anni di servizio, di cui il sindacato e le maestranze chiedono il reintegro immediato. Attorno a questa vicenda ruota però una serie articolata di criticità strutturali denunciate da tempo.

Dentro lo stabilimento, raccontano lavoratrici e lavoratori: “Il tempo non appartiene mai davvero a chi lavora”. I turni possono arrivare anche la sera prima, con un messaggio su WhatsApp, lasciando famiglie, figli, appuntamenti e vita quotidiana appesi a una notifica. Quando il lavoro manca, poi, il conto viene spesso scaricato sui permessi retribuiti, i ROL, fino a trasformare un diritto in un debito. E intanto la precarietà si allunga, fino a diventare una condizione permanente: in alcuni casi diciotto anni di presente in stand by in attesa di un futuro incerto.

È in questo contesto che il sindacato denuncia ostacoli allo svolgimento delle assemblee, contestazioni disciplinari, sospensioni e un clima di tensione crescente tra le linee di produzione. Non si tratta solo di singoli episodi, ma del segno di un confronto sindacale che appare chiuso proprio mentre sarebbe necessaria un’apertura. 

«Non metterò piede dentro quell’azienda finché il dottor Lami non reintegrerà l’operaio licenziato e finché non si ristabiliranno corrette relazioni sindacali». Barba di ordinanza e sguardo fermo, Giovanni Mininni, Segretario generale della Flai Cgil, non arretra e respinge l’invito a un incontro privo di condizioni chiare. Per il sindacato, la vertenza non può più essere trattata come un episodio locale: il licenziamento, spiegano dalla Flai, ha trasformato il caso Biancoforno in una battaglia nazionale. «Con il licenziamento del nostro compagno la proprietà ha compiuto un autogol terribile — dichiara Mininni — perché ha fatto diventare questa una vertenza nazionale, che non può più restare confinata nel territorio di Pisa. Sarà attivata immediatamente una cassa di solidarietà, ma soprattutto metteremo in campo tante iniziative per raccontare ai cittadini italiani chi è Biancoforno, quali prodotti produce e cosa c’è davvero dietro questa gestione. Perché stavolta hanno davvero esagerato».

Poi la voce di Fabio Salvini attraversa gli applausi del presidio nel parcheggio della Biancoforno: «Sono Fabio Salvini, licenziato. Io non ho mai avuto paura». Intorno, il rosso delle bandiere e delle magliette tiene insieme rabbia, solidarietà e orgoglio. Fabio racconta una scena semplice e feroce: due colleghi, un uomo e una donna, un marito e una moglie, che lavorano entrambi nello stabilimento, turni mai conciliati, si incontrano fuori dai cancelli solo per scambiarsi la figlia. Uno smonta, l’altra entra. O viceversa. Un passaggio di mani, di badge, di responsabilità familiari, mentre la vita resta compressa tra un turno e l’altro. «Io metto la famiglia prima dei soldi. Non voglio cambiare», dice Fabio, con addosso la maglietta degli “Invasati della Flai”, uno dei nomignoli affibbiati dall’azienda ai lavoratori organizzati insieme al sindacato. Ma la risposta del presidio è netta: «Noi qui non rubiamo niente. Noi qui vogliamo giustizia sociale e vogliamo che i nostri diritti di persone, lavoratrici e lavoratori vengano riconosciuti». È da qui, da questo intreccio di vite, lavoro e dignità, che la vertenza Biancoforno prende forza: non solo per chiedere un reintegro, ma per rimettere al centro il rispetto, le relazioni sindacali e il diritto di chi lavora a non essere lasciato solo.

Sara Nunzi

Articoli correlati