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“Rivendicate le vostre idee, anche quando è rischioso”

“Rivendicate le vostre idee, anche quando è rischioso”

A Roma nel febbraio del 1986 si tenne l’XI congresso della Cgil, durante il quale Luciano Lama pronunciò l’ultimo discorso da segretario generale. Un intervento rivolto al futuro e carico di responsabilità, in cui invitava il sindacato a misurarsi col cambiamento

«Cari compagni, non voglio ingannarvi. Quello che non doveva essere e non è un trauma per l’organizzazione è certamente una scossa per me al momento del distacco». Nel febbraio del 1986, a Roma, si tenne l’XI congresso della Cgil e fu il congresso nel quale Luciano Lama prese la parola per l’ultima volta da segretario generale, chiudendo una stagione lunga e complessa della storia del sindacato e del Paese.

Con un discorso sobrio, carico di responsabilità, rivolto più al futuro che al passato, Lama salutò un incarico, durato sedici anni, e un’idea di sindacato costruita in anni difficili, attraversati da profonde trasformazioni economiche, sociali e politiche. Con il volto segnato dall’emozione parlò di una scelta di ragione, necessaria e giusta. Richiamò il senso del ruolo della Cgil come grande organizzazione democratica dei lavoratori, nata per dare voce a chi non l’aveva e per difendere la dignità del lavoro come fondamento della Repubblica.

Nel suo saluto, Lama non eluse i nodi irrisolti. Parlò delle difficoltà dell’industria italiana, della crisi occupazionale, delle nuove disuguaglianze che stavano emergendo con il mutare dei processi produttivi. Avvertì che il sindacato non poteva limitarsi alla difesa dell’esistente, ma doveva misurarsi con il cambiamento, governarlo, senza rinunciare ai propri valori.

«Non abbiate paura delle novità, non rifiutate la realtà perché vi presenta incognite nuove e non corrisponde a schemi tradizionali, profondamente radicati in voi. Sappiate che questi sono comodi ma ingannevoli. Non rinunciate alle vostre idee almeno fintantoché non ne riconoscete altre migliori! E in quel momento ditelo, perché un dirigente sindacale è un uomo come gli altri e se i lavoratori lo riconosceranno come uno di loro in quel momento capiranno anche gli errori. So bene che questo metodo comporta anche il rischio di pagare dei prezzi […] ma in una grande organizzazione, pluralistica e complessa nella ideologia e nella condizione culturale e sociale dei suoi stessi aderenti, il libero confronto, il coraggio delle proprie posizioni sono lievito indispensabile, un contributo al miglioramento delle politiche, alla ricerca collettiva della strada giusta».

Il lavoro stava cambiando e la Cgil doveva cambiare con esso, restando però fedele alla sua missione fondamentale: tutelare le persone, non solo i posti di lavoro.

Un passaggio centrale del discorso fu dedicato all’unità sindacale. Lama ne riconobbe il valore storico e politico, pur nella consapevolezza delle difficoltà e delle fratture che l’avevano attraversata. Senza unità «in un mondo del lavoro dilaniato dalle divisioni, non c’è speranza di successo né per il sindacato né per alcuna forza politica che lotti per il progresso, per la giustizia, per l’emancipazione dei lavoratori».

L’unità non era però una formula astratta, ma una scelta fondata sul rispetto reciproco e sulla capacità di rappresentare un mondo del lavoro sempre più frammentato. Senza unità il sindacato rischiava di indebolirsi proprio mentre le sfide si facevano più complesse. Sfide da affrontare dunque insieme alle altre organizzazioni sindacali, italiane e straniere, senza però mai perdere l’autonomia, senza la quale «non solo si secca una sorgente di democrazia, ma ci si priva anche di una forza decisiva di progresso».

Rivendicò l’autonomia del sindacato, conquistata e difesa anche nei momenti più duri, come condizione essenziale per rappresentare davvero gli interessi del mondo del lavoro senza subordinazioni né strumentalizzazioni. L’autonomia che non era isolamento, ma capacità di dialogo e di conflitto responsabile. «Una società moderna è inconcepibile senza un sindacato libero; un sindacato senza autonomia non è un sindacato vero, anche se continua a chiamarsi così».

Alle nuove generazioni di dirigenti e di delegati affidò la Cgil, chiedendo rigore morale, spirito di servizio e senso della misura. Il sindacato, disse, non appartiene ai suoi dirigenti, ma ai lavoratori che lo sostengono e lo rendono vivo. Per questo chi lo guida deve saper ascoltare, decidere, assumersi responsabilità anche impopolari, senza mai smarrire il legame con la base.

Con parole semplici e intense salutò la Cgil e lasciò la segreteria, ma non l’idea di un sindacato forte, democratico e autonomo, capace di essere ancora protagonista della vita del Paese.  «Grazie per avermi offerto una vita piena, una causa grande, una ragione giusta di impegno e di lotta. Voi tutti sapete che ci unisce e ci unirà sempre un rapporto di fiducia, un amore profondo che nessuna vicenda umana potrà spezzare, perché ci sono delle radici che non si possono sradicare. Voi per me siete quella radice».

Valeria Cappucci

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