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Così cambia la rappresentanza dei lavoratori delle big europee del cibo

Così cambia la rappresentanza dei lavoratori delle big europee del cibo

Alla Camera del lavoro di Bologna l’incontro dedicato alla direttiva Ue che riforma i Comitati aziendali europei, i cosiddetti “Cae”, tra passi in avanti e nuove sfide

Un’opportunità per lavoratrici e lavoratori delle multinazionali dell’agroindustria, a fronte di un panorama industriale profondamente mutato. Andrea Coinu, responsabile Internazionale della Flai Cgil, definisce così la riforma europea che interviene sui Comitati aziendali europei (Cae, ndr) durante l’iniziativa su questo tema organizzata stamani alla Camera del lavoro di Bologna. Presenti in sala delegate e delegati da tutta Italia, molti dei quali impegnati nel rappresentare i dipendenti delle grandi imprese del cibo.

I Comitati aziendali europei, organismi istituiti nel 2009, sono nati per informare e consultare i lavoratori delle multinazionali che contano oltre mille dipendenti impiegati in almeno due paesi dell’Ue o dello Spazio economico europeo.

In Europa, spiega Monica Ceremigna del dipartimento Internazionale Cgil, ci sono 1.250 accordi Cae che riguardano 16,6 milioni di lavoratori. Ogni anno, nell’ultimo decennio, sono stati costituiti in media 20 nuovi Cae, la maggior parte dei quali nella manifattura. Sono 35 i Cae con sede in Italia e 42 quelli che hanno competenza giuridica italiana.

In questo contesto, la direttiva europea 2025/2450 che riforma i Cae, approvata dal Consiglio Ue lo scorso ottobre, apporta alcune novità interessanti. “La norma  – prosegue Ceremigna – consente di considerare transnazionale, e dunque di competenza dei Cae, una qualsiasi questione che riguarda uno Stato membro, viene poi imposto alle aziende di informare e far esprimere i lavoratori nelle corrette tempistiche, consentendo ai Cae di formulare un parere e sancendo l’obbligatorietà di una risposta scritta da parte dell’azienda”.

“Viene normato inoltre il rispetto della parità di genere della Delegazione speciale di negoziazione (Dsn, ndr), la clausola di riservatezza deve d’ora in poi essere sempre motivata dall’azienda, vengono messe nero su bianco protezioni contro eventuali ritorsioni verso i membri dei Cae e sanzioni sulle mancate informazioni da parte delle multinazionali la cui entità è demandata agli Stati membri, ma deve essere appropriata, efficace, dissuasiva e proporzionata”.

“La nuova direttiva – commenta Silvia Spera, segretaria nazionale della Flai – affronta alcuni nodi, alcune storture, con cui ci siamo misurati negli anni. In particolare interviene sul tema della riservatezza con alcuni passi in avanti”.

Una riforma di questo tipo arriva in una fase in cui l’Europa sembra muoversi in direzione contraria. “La parola d’ordine a livello Ue è ‘semplificazione’, che il più delle volte significa ‘deregolamentazione’, vedi il caso dei passi indietro rispetto alla direttiva sulla Due diligence”, rammenta Enrico Somaglia, segretario generale dell’Effat, la Federazione europea dei sindacati dell’alimentazione, dell’agricoltura e del turismo.

Ebbene, “in un’epoca in cui è così difficile ottenere progressi sul fronte normativo – dice ancora Somaglia – la riforma dei Cae permette di rafforzare il movimento sindacale dall’interno con la solidarietà transnazionale”.

“La finanziarizzazione ha ridisegnato il panorama dell’agroindustria europea e reso più difficile per i lavoratori ‘toccare palla’ e influenzare le scelte aziendali – dice il segretario nazionale Angelo Paolella nelle conclusioni -. Per riuscirci, è sempre più indispensabile muoversi insieme, coordinandoci con le colleghe e ai colleghi degli altri Paesi Ue”.

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