“Io, delegata sindacale di Mec Carni s.p.a”

Frida Nacinovich 

Ci sono storie personali che raccontano un’epoca. Elena Vidrascu ti conquista subito con il sorriso, la sua voglia di vivere è contagiosa. È arrivata in Italia alla fine del secolo scorso, in pullman dalla Moldavia. “Sono stata fortunata – racconta – conosco persone che si sono fatte il viaggio a piedi”. Due numeri di telefono in tasca, nulla più, e una forza interiore che si può avere solo a vent’anni. Ma Elena è un vulcano di energia anche oggi, che di anni ne ha più del doppio e lavora in un macello a Mantova. Proprio così. Andiamo con ordine. “Il muro ormai era caduto, mi ero procurata un visto per andare in Olanda. Sono salita su un autobus, ho attraversato la Polonia, la Germania, poi siamo arrivati ad Amsterdam ma non sono scesa. Vuoi la verità? Volevamo arrivare in Italia”. Un viaggio della speranza, di quelli che fai senza nemmeno fermarti per una sosta in una stazione di servizio per paura dei controlli. “Le uniche pause le facevamo dove c’erano alberi per nasconderci. Avevamo paura della polizia. Ma la voglia di un futuro migliore era talmente grande che eravamo pronti a superare qualsiasi ostacolo”. Una volta giunta in quello che i suoi connazionali conoscono come il paese del sole, il pensiero di Elena è riassumibile in due semplici parole: “Una felicità incontenibile”. In Moldavia lavorava come infermiera, guadagnava l’equivalente di 20 dollari al mese, impossibile vivere con così poco. “Non vedevo l’ora di iniziare la nuova vita, ero elettrizzata. Comprai una scheda del telefono, allora i cellulari erano grossi, avevano le antenne lunghe. Seppi che un’amica viveva a Foggia, la raggiunsi senza pensarci due volte”. Nella capitanata, si sa, di braccia per i lavori agricoli c’è sempre bisogno. Così questa avventurosa ragazza moldava finisce per conoscere due luoghi simbolo, non certo in positivo, dell’immigrazione italiana, i famigerati ‘insediamenti informali’ di Rignano e Borgo Mezzanone. “Ci arrangiavamo come potevamo, una notte l’abbiamo passata alla Caritas. Due donne e dieci uomini, tutti moldavi, che il caporale italiano veniva a prendere con un furgone alle 4 del mattino. Ci lasciava nei campi di pomodori. Nessun contratto, tutto rigorosamente in nero”. Se qualcuno pensa che Elena Vidrascu fosse scoraggiata vista la realtà che si è trovata di fronte, sbaglia. Quelle che sembrano storie dell’Ottocento per lei erano normali, l’importante era il salario. “Avevo guadagnato più di quattro milioni di vecchie lire, ero felice come una pasqua. Per me erano molti soldi, molti di più di quelli che guadagnavo nel mio paese. Potevo permettermi di mandarne una parte a casa”. In un anno Elena si fa, metaforicamente, una cultura, passando dalla raccolta dei pomodori a quella dei carciofi, dai finocchi alle olive, fino alla potatura dei filari di uva. I padroni sfruttano la manodopera immigrata a basso costo sistemandola in alloggi di fortuna, spostandola come fosse merce. Poi, un giorno, una sorpresa. “Ero al mercato, ho sentito parlare la mia lingua, erano due connazionali, ho chiesto aiuto. Sono fuggita dai campi e dal caporale, ho iniziato a fare la badante per un’anziana signora. Se prima guadagnavo 50mila lire per sette ore di lavoro, duro, al giorno, ora prendevo un po’ di più e avevo anche vitto e alloggio”. Il passaparola porta Elena a trasferirsi da Foggia a Mantova, lo stipendio diventa in euro, passa da 650 a 1300 al mese, si inserisce nel tessuto civile cittadino, c’è sempre qualcosa da fare e lei non si tira mai indietro. “Mettevo i soldi da parte – ricorda ancora – e piano piano sono riuscita ad acquistare una casa in Moldavia”. Manca ancora il permesso di soggiorno, ma la sanatoria prevista dalla Bossi-Fini convince la famiglia da cui viveva all’epoca a regolarizzarla. “Dopo quasi quattro anni in Italia avevo nel portafoglio il tanto desiderato permesso di soggiorno, ero una ragazza felice”. Con i documenti in regola si aprono nuove porte. “Un amico che lavorava al macello mi disse che cercavano personale. Non avevo mai usato un coltello in vita mia, ma evidentemente ero portata. Prima un contratto di sei mesi, in prova. Poi l’assunzione, la busta paga”. Elena diventa dipendente a tutti gli effetti di Mec Carni, gruppo Levoni. Un’azienda importane, con 187 addetti diretti, e più del doppio nelle cooperative collegate. L’incontro con il sindacato è un fatto naturale, Elena si iscrive alla Flai Cgil e nel 2014 viene eletta nella rappresentanza sindacale unitaria. “Non sapevo di avere questa manualità, con il tempo ho imparato a usare i coltelli come un chirurgo usa i bisturi”. I suoi compagni la prendono in giro (o forse è un complimento), dicendo che è capace di mettersi sulle spalle mezzo maiale senza aiuti. Nell’organizzazione del lavoro Elena è una sorta di jolly, ha imparato a far tutto, taglia, disossa, confeziona, spedisce e si trova a suo agio in ogni reparto. Orgogliosa della sua funzione di delegata sindacale, ha fatto anche l’esperienza di rappresentante alla sicurezza. “Il nostro – sottolinea – è un mestiere molto faticoso”. A lavoro ha conosciuto l’amore della sua vita, un collega che ha finito per sposare. “Fin quando avranno fiducia in me – chiude – non mi tirerò indietro. Mi piace rappresentare le mie compagne e i miei compagni. Non ho intenzione di lasciarli soli”. 

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