NEWSLETTER inFlai – Febbraio 2016 – Speciale CCNL Industria Alimentare

In allegato il pdf sfogliabile del numero di inFlai di febbraio, dedicato al rinnovo del CCNL Industria Alimentare.
Buona lettura!

Riportiamo di seguito il testo dell’intervista a Stefania Crogi, che ovviamente trovate nel PDF.

INTERVISTA A STEFANIA CROGI

È stato siglato lo scorso 5 febbraio il rinnovo del Ccnl dell’Industria Alimentare la Flai ha rinnovato il contratto, un rinnovo che il Segretario Generale della Cgil, Susanna Camusso, ha definito “importante, non solo per il riconoscimento economico ai lavoratori che è stato pattuito, ma anche per gli elementi innovativi in esso contenuti, primi fra tutti gli elementi di partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali. È un contratto che dimostra, ancora una volta, l’insostituibilità del contratto nazionale a cui va affiancato un secondo livello aziendale”. Con Stefania Crogi, Segretario Generale Flai Cgil, e soprattutto protagonista principale di questo rinnovo ne analizziamo alcuni punti e momenti salienti.

Segretario, quanto è stato difficile questo rinnovo e c’è stato un momento in cui hai pensato di non riuscire nell’impresa?

Sono stati più di uno in momenti in cui ho pensato che non si sarebbe chiuso. Un primo momento è stato quando, dopo il blocco di flessibilità e straordinari e lo sciopero del 22 gennaio, non arrivava la comunicazione di riapertura del tavolo. Nonostante l’esito splendido di tutte le iniziative di mobilitazione messe in campo, diventava assolutamente evidente che il Presidente di Federalimentare volesse continuare a strumentalizzare la valenza del tavolo, le iniziative del blocco degli straordinari e la riuscita delle quattro ore di sciopero erano andate oltre le aspettative e forse questo aveva irrigidito la posizione politica di Scordamaglia, che voleva dimostrare di non piegarsi di fronte alla lotta dei lavoratori.

Poi…

Ho capito che ci sarebbe potuto essere un grosso varco che si apriva quando hanno cominciato ad agire le aziende e i settori, il dolciario, latte, bibite, conserviero, Aipa, quando hanno cominciato a contattarmi comunicando di aver scritto al Presidente Scordamaglia chiedendo di cambiare passo. A quel punto ho capito che la lotta stava pagando. Poi ho avuto il timore che il negoziato non sarebbe riuscito a concludersi quando, nei tre giorni conclusivi, abbiamo assistito ad un implodere continuo delle controparti e le risposte che ci venivano date al tavolo non avevano una coerenza politica ma erano frutto di veti incrociati che nulla avevano a che fare con il negoziato bensì con una lotta interna a Federalimentare. La capacità di cucitura e la forte tenuta unitaria che abbiamo avuto come Fai, Flai e Uila ed ancora una volta l’azione dirompente dei lavoratori hanno fatto la differenza: decine e decine di comunicati, ordini del giorno da parte dei delegati dei posti di lavoro hanno infranto i nostri timori ma anche il muro che si era innalzato e che al quel punto ho capito che veramente potevamo farcela.

In questo numero sintetizziamo le novità del rinnovo, ma ti vorrei chiedere i punti più importanti e qualificanti, a tal proposito mi ha colpito come in una tua intervista a il Manifesto hai spiegato il punto relativo al permesso per le donne vittime di violenza.  Un tema che abbiamo particolarmente a cuore è la questione della violenza sulle donne, un problema che di certo non risolviamo con un contratto, poiché è una questione di civiltà, di etica umana, di rispetto, di dignità umana calpestata che è incomprensibile ed esecrabile. Tanto più se la inquadriamo in Europa nel cosiddetto mondo “evoluto” e al di fuori di estremismi o indottrinamenti religiosi. Ma su una vicenda così grave quale poteva essere il nostro ruolo? Come potevamo portare una goccia di aiuto? Mi sono chiesta di cosa avrebbe avuto bisogno una donna vittima di violenza e ho pensato al bisogno di ripensare se stessa, di ricostruirsi in tranquillità e relativa serenità, dedicandosi del tempo e questo può accadere con una sicurezza lavorativa, così abbiamo agito sul raddoppio dei mesi previsti per legge, portandoli da tre a sei. Non risolviamo il problema della violenza di genere ma è uno strumento in più, agendo proprio sulla contrattazione, che il sindacato può attivare.

Quali gli altri punti qualificanti?

Forse la parte più importante è rappresentata da quello che non c’è: abbiamo tenuto fuori dal contratto tutte quelle parti che la controparte voleva inserire per destrutturare il contratto stesso. Dall’orario di lavoro annuo alla contrattazione di secondo livello senza costi aggiuntivi, o un rinnovo che togliesse gli scatti di anzianità, facendo pagare ai lavoratori il costo del rinnovo. Poi abbiamo ottenuto un aumento salariale  tutto sui minimi, si salda la scadenza con il rinnovo del contratto e sono previste due tranches nel 2016: sono elementi importanti che rafforzano e difendono la struttura stessa del contratto.

Sicurezza ed inclusività sono altri elementi portanti del rinnovo.

Certo, abbiamo agito cercando di ricomporre la frammentazione, riunificando tutti i lavoratori sotto un unico ombrello di diritti, a cominciare da quello alla sicurezza con la figura dell’Rls di sito, abbiamo aumentato le ore di permesso per gli Rls. È un contratto inclusivo, che dà aumenti salariali nella tradizione dei nostri rinnovi.

Questo contratto è importante non solo perché interessa 400mila lavoratori e di un settore, come l’alimentare, che fa da “traino” all’economia del Paese, ma anche perché è stato il primo contratto rinnovato dopo la presentazione della proposta di Cgil, Cisl e Uil per un nuovo modello contrattuale. La Flai aveva un po’ gli occhi di tutti puntati addosso, cosa c’è di quella proposta nel contratto?

Quella proposta, che abbiamo condiviso e contribuito ad elaborare, è assolutamente valida, è una proposta unitaria, che rispetta i due livelli di contrattazione e prevede la quadriennalità, come il nostro contratto, prevede inclusività, attenzione per i lavoratori dello stesso sito produttivo, aumento dei minimi tabellari. Era importante che, all’indomani di questa proposta, il contratto che si andava subito a rinnovare fosse nella scia di quella proposta, sulla quale erano calati gli strali dei commenti negativi, da Confindustria a Federmeccanica, passando per l’ex ministro Sacconi, che l’hanno bollata come vecchia e che non guarda al futuro. Credo, al contrario, che sia una proposta assolutamente moderna, parlare di aumenti salariali che si agganciano a fattori macroeconomici e non ad un indice inflattivo, come in passato, è un guardare al futuro in un momento in cui l’inflazione è pari allo zero o quasi; e scommettere su fattori macroeconomici significa scommettere sul futuro del Paese, sui consumi, vuol dire scommettere su degli indici di crescita, che sono assolutamente legati all’andamento dell’impresa, alla produttività ma anche a come le imprese affrontano il problema di crescita. E si può affrontare non tagliando sui costi ma innovando, investendo, facendo formazione, differenziazione di produzioni, stando sul mercato in maniera innovativa e avendo nello strumento della contrattazione di secondo livello, così come abbiamo noi, lo strumento per agire sulla cosiddetta flessibilità, sul cosiddetto Just in time, su una caratteristica professionale dei lavoratori che sempre più è polivalente, polifunzionale ma quasi poliedrica all’interno di un posto di lavoro.

Fare un contratto significa affrontare argomenti come pensione, nuova Naspi, demansionamenti, cose che sono nel Job Act, cose che ne sono fuori e fanno parte di riforme e controriforme di vari governi. Cosa può ancora il sindacato aspettarsi da questo Governo e cosa sta chiedendo?

Sicuramente la questione, per esempio, del decalage della Naspi per i lavoratori che sono a due anni dalla pensione. Nel nostro contratto lo abbiamo affrontato andando a rimodulare le risorse che sono dentro al fondo sanitario per integrare il reddito di questi lavoratori che perdono il posto di lavoro. Come anche il fatto di integrare quei lavoratori che sempre per crisi aziendale da full-time passano a part-time, e legando però questo percorso con un ponte generazionale in modo da creare una vera e reale possibilità di occupazione per i giovani. Il tutto fa parte di una partita molto più grande e più complessa, sia sul versante pensionistico, per quanto riguarda le modifiche che debbono esser fatte alla Legge Fornero. Qui c’è una presa di posizione netta in una lettera scritta dai tre segretari di CGIL, CISL e UIL, e apprezzo moltissimo che questa lettera sia stata fatta unitariamente, perché non vengono risposte da parte del Governo alla piattaforma che unitariamente è stata presentata per affrontare una maggiore flessibilità in uscita e risolvere il problema degli esodati. Se non dovessero esserci risposte da parte del Governo sono sicura che non possiamo far altro che mettere in campo la mobilitazione che è necessaria su questo versante, anche perché un impegno grande è stato preso con tutti i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese.

Sul versante degli ammortizzatori sociali è tanto tempo che stiamo chiedendo una vera riforma degli ammortizzatori sociali, perché il Governo toccherà con mano, tra poco, che cosa significhi gestire le riorganizzazioni degli esuberi senza avere lo strumento che avevamo prima, che ci consentiva di legare con l’ammortizzatore l’aggancio con la pensione. Ci troveremo davanti a un bel buco nero con la finestra della pensione sempre più lontana e l’ammortizzatore sempre più corto e sempre più in decalage di riduzione di quantità economica che può erogare.

Queste sono partite che il Governo sta evitando di affrontare, trincerandosi dietro la sua politica di aumento dei numeri delle assunzioni, che, di fatto, non sappiamo ancora se saranno assunzioni stabili oppure no, perché gli assunti con il Job Act entro i primi tre anni possono essere licenziati, però beneficiando le imprese che hanno assunto di tutti gli sgravi. Se il Governo non prenderà coscienza di questo ci troveremo di fronte di nuovo ad una implosione e a un corto circuito di occupazione, di risorse, di ammortizzatori che non ci sono.

In questi mesi la Cgil, insieme a tutte le categorie, è impegnata sulla Carta dei Diritti Universali del Lavoro, lavoro che, come tu descrivevi, è sempre più diventato merce, anzi quasi un pezzo che contribuisce al “pacchetto merce” da vendere con il maggior profitto. Ecco, con questa Carta si vuole cambiare anche l’idea di lavoro e i diritti di chi lavora. E’ uno strumento adeguato? Uno strumento che ci aiuta?

Assolutamente sì. La Carta dei Diritti è veramente un ottimo lavoro, un’ottima proposta che la Cgil sta mettendo in campo, ne sono riprova le numerosissime assemblee che si stanno facendo partecipatissime, aperte veramente a tutti i lavoratori, di qualunque natura, di qualunque tipologia contrattuale possano essere. La Cgil sta cambiando pelle, negli ultimi trent’anni ha tutelato e salvaguardato i lavoratori che sono di un certo tipo e cioè il lavoratore subordinato, il lavoratore anche stagionale o diciamo precario ma ricorrente intorno a un sito produttivo; ma non ha rappresentato  – non per una colpa ma perché stava cambiando la società del lavoro – quelle tipologie che negli ultimi anni si sono venute a formare, di lavoratori atipici, di lavoratori a chiamata, di lavoratori che non hanno strutturalmente una fattispecie di lavoro dipendente ma che sono forme di lavoro assolutamente diffuse, soprattutto tra i giovani, e sono sempre più precarie. Non ha avuto la possibilità di rappresentare il lavoro autonomo, lasciandolo all’autorappresentazione o alla non rappresentazione. La Carta dei Diritti ci dice che la centralità è il lavoro e chi lo svolge e quindi qualsiasi tipologia lavorativa; ci dice che i diritti sono in capo alla persona e quindi devono essere assolutamente riconosciuti alla persona. E’ questa la rivoluzione copernicana. Io penso che chi ha tuonato contro questa Carta dei Diritti, dicendo che è la riproposizione dell’Articolo 18, non ha letto la Carta dei Diritti. Non è un ritorno al passato, non è una raffigurazione di chi cammina con lo sguardo volto indietro, perché se si facesse questo, si correrebbe veramente il rischio, come nella Bibbia, di diventare una statua di sale, ma è uno sguardo che è proiettato al futuro.  Un lavoro che è sempre più variabile, sempre più precario, sempre più in evoluzione, quel tipo di lavoro comunque non può prescindere dai diritti e tutti i lavoratori debbono poter avere gli stessi diritti. Attorno a questo si è costruita questa Carta dei Diritti, fatta di tante cose, dei diritti sulla salute, sulla sicurezza, diritti alla formazione, il diritto al lavoro, il diritto alla equa retribuzione, alle pari opportunità vera tra uomini e donne. Tutto questo in un percorso, anche qui, assolutamente innovativo, perché stiamo facendo le assemblee per chiedere in primis ai nostri iscritti cosa ne pensano, ma poi terminato l’iter delle assemblee, questa è una proposta di legge di iniziativa popolare e quindi dovrà essere supportata da una raccolta di firme. Per poter raccogliere le firme la proposta deve essere vissuta dalla società civile e quindi dovrà vedere un percorso fatto di dibattiti, di iniziative pubbliche, perché questo non può essere un patrimonio che sta solamente all’interno di un posto di lavoro, ma è un qualcosa che assume una connotazione sociale e di valenza etica e morale che deve riguardare tutti i cittadini, tutti i pensionati, tutti i giovani, tutti gli studenti di questo Paese, altrimenti non sarebbe vero il fondamento della Costituzione che per cui siamo una Repubblica fondata sul lavoro. Se è vero ancora adesso – ed è vero – il valore di questo articolo costituzionale, dobbiamo anche intenderci tutti quanti su che cosa significa lavoro. Lavoro non può essere ricatto, lavoro non può essere venir meno alla propria dignità, lavoro deve essere un diritto e, in quanto un diritto, lo debbo poter esercitare a pieno titolo, a fronte alta, e avendo diritto al riconoscimento della mia professionalità e della mia prestazione. Tutto questo è contenuto nella nostra Carta dei Diritti universali del lavoro.

 

Alessandra Valentini

 

 

 

 

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