RADICI – 8 marzo 1977 – Tanta forza molti problemi

In prossimità dell’8 marzo, una riflessione di Isabella Milanese, dirigente Federbraccianti Nazionale, pubblicata in Lotte Agrarie – anno XII n. 3 – 1977

 

In treno da Roma a Jesi, per partecipare a una delle iniziative per celebrare l’8 marzo, un viaggiatore mi fa gli auguri perché – dice – “oggi è la festa della donna”.

L’episodio mi dà, esatta, la misura di quanto è cambiato questo nostro paese. Perché, io lo ricordo bene, fino a non molti anni orsono, questo 8 marzo era, nel migliore dei casi, ancora ignorato dai più, quando invece – come spesso è accaduto – non diventava pretesto di pesanti ironie, facili derisioni, logori luoghi comuni.

La questione femminile, alimentata per un lungo periodo dalle avanguardie politiche e sindacali, si è imposta dunque alla coscienza di tutta la società.

Quest’anno, l’8 marzo, nel carattere di massa assunto nei grandi come nei piccoli centri, dalle manifestazioni indette dalle organizzazioni femminili o sindacali, si sono rispecchiati questo profondo moto e questo continuo crescendo di consapevolezza e di partecipazione delle donne, il cui ritmo è divenuto incalzante a partire dalla battaglia vittoriosa per il referendum sul divorzio.

In questo irrompere delle donne nella vita sociale italiana – così bene sintetizzato per questo 8marzo dalla bellissima parola d’ordine dell’UDI “Troviamoci in piazza” – vi è un dato politico fondamentale da cogliere al di là ed oltre le maniere, anche differenziate, in cui esso si esprime.

La donna, in Italia, mi sembra abbia compiuto quell’asprissimo itinerario per trarsi fuori dallo stato, storicamente determinato, di ghettizzazione della coscienza, fondamentale per fuoriuscire da ogni altro ghetto nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella società, nei rapporti interpersonali.

In questo uscire in massa all’esterno delle donne, in questo 8 marzo, mi sembra si sia espresso con forza enorme, il loro comune bisogno di sentirsi esistere ed agire come soggetto autonomo e collettivo, quindi storico.

 

Certo, commetteremmo una ingenuità se pensassimo che le donne, sciamate così in gran numero e così combattive nelle strade, siano mosse da un chiaro progetto comune e avendo stabilito quali siano oggi i punti prioritari per portare la loro battaglia al livello dei nodi politici essenziali che la crisi propone. Il rapporto tra tematiche ed obiettivi dell’emancipazione e della liberazione non è, infatti, ancora risolto. Siamo, ancora, alla fase della ricerca che consenta ai due termini di fondersi e di potenziarsi a vicenda.

Sono molte le donne che hanno compreso nell’esperienza socializzante del lavoro o nel bisogno di socializzarsi nel lavoro, come le vicende e i bisogni personali pesano in quanto sappiano ricondursi ed agire nella lotta sociale e politica per cambiare, insieme al movimento operaio, questa società.

Ma molte sono ancora le donne, in gran parte giovani, che fondano il proprio intervento all’insegna de “il personale è politico”. Fra queste due esperienze vi è ancora separazione e solo in alcuni casi si è avviato un dialogo che resta ancora a distanza.

Vi è dunque un divario che va superato, perché il suo persistere impoverisce la potenzialità d’insieme che invece va espressa al livello più alto della battaglia femminile nel nostro paese.

Ma va detto che tale divario, proprio perché si evidenzia in un processo che è di massa, sta ad indicare un grande campo di lavoro, di intervento anche per il sindacato, oltreché per le organizzazioni femminili e le forze politiche.

Dentro la crisi le donne non stanno a guardare, non tornano al “privato”. Processi di questa dimensione e qualità non possono però essere troppo a lungo lasciati allo spontaneismo, pena la loro frantumazione, il loro riflusso, la riduzione corporativa, la risposta individualistica.

 

E qui un problema per noi, per la Federbraccianti, per il suo ruolo di rinnovamento non solo economico ma culturale e ideale nelle campagne. C’è un impegno tutto nostro, verso le donne, le giovani che vivono e lavorano nella realtà agricola. C’è una grande distanza da colmare, una separazione da superare in quel processo complessivo di unificazione sociale e democratica fra città e campagna, che sta alla base di tutta la nostra battaglia.