Migranti. Da Milano “Insieme senza muri” e contro la legge Minniti-Orlando

Centomila. Una cifra record, quella dei partecipanti alla manifestazione di sabato 20 maggio a Milano. Una fiumana di gente che ha voluto opporre il proprio no collettivo alla logica dei muri che sembra prevalere sul buon senso. Il serpentone “Insieme senza muri” è stato un modo democratico per esprimere disappunto e disapprovazione a un altro muro, quello delle norme vessatorie contemplate dal decreto Minniti-Orlando, convertito l’11 aprile scorso. Un complesso di norme lesive del principio d’uguaglianza. Da Milano, in molti hanno voluto scandirlo con forza.

Il vituperato dispositivo normativo, a mo’ di ghigliottina, decapita un antico pilastro del concetto stesso di giustizia nella sua essenza e funzione. Già. Perché silura sia l’articolo 24 della Costituzione, sia il 111. Ai quali vanno aggiunti altri impianti di carattere internazionale che vincolano l’Italia.

Procediamo con ordine.  Il richiedente asilo udito e respinto dalla Commissione Territoriale per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato avrà una sola possibilità per appellarsi: il secondo grado è stato semplicemente abolito dalla legge. Inoltre, né il richiedente asilo, né il suo difensore potranno presenziare al rito che esclude l’audizione: il giudice prenderà banalmente visione della videoregistrazione del colloquio avvenuto in sede di Commissione Territoriale per l’asilo. Il ché implica che al ricorrente sia preclusa la possibilità di addurre ulteriori motivi alla propria istanza. Qui, si seppelliscono definitivamente i cardini del “giusto processo” e del “diritto di difesa”. Una spaventosa riduzione degli spazi di democrazia e “una carrellata di risposte sbagliate”, ha detto la Cgil Nazionale, che ha suscitato il “fermo e allarmato dissenso” dell’Associazione Nazionale Magistrati

Altra scelta controversa riguarda i centri in cui vengono rinchiusi i migranti in vista dell’espulsione: la legge Minniti-Orlando li regionalizza, con immediato stanziamento di risorse per il loro avvio. Saranno venti i Centri Permanenti per il Rimpatrio-CPR. La strategia è di ubicarli lontano dalle città quindi lontano da occhi indiscreti e vicino agli aeroporti.  Una scelta palesemente demagogica perché accosta surrettiziamente la questione dell’immigrazione al tema della sicurezza urbana. Ipotizzare che in questo modo si cerca di conquistare il consenso di alcuni strati della cittadinanza non è del tutto azzardato.

Intanto l’abolizione del reato d’immigrazione clandestina, la cremazione della stessa Bossi-Fini, l’impellenza di potenziare adeguatamente lo SPRAR, la necessità di aprire dei corridoi umanitari pubblici, l’impegno deciso nella lotta allo sfruttamento lavorativo dei migranti, l’urgenza di una riforma della cittadinanza, la sfida di promuovere autentici percorsi d’integrazione sono rimandate alle calende greche. Tutte questioni inevase che echeggiavano in sottofondo a Milano.

 

Jean René Bilongo