Caporalato in Toscana. Investito lavoratore che ha denunciato

Un episodio apparentemente di cronaca ne nasconde uno ancor più grave di violenze e minacce subite da chi ha avuto l’unica colpa di denunciare chi lo faceva lavorare in condizioni di sfruttamento e sotto caporale. La vittima è un lavoratore marocchino, Azil, investito a fine gennaio a Prato, riportando gravi lesioni. Non si è trattato di un investimento da pirata della strada, ma dopo le indagini due pakistani sono stati fermati dalla polizia perché accusati di tentato omicidio a seguito dell’incidente.

Secondo fin qui appurato, l’investimento è la vendetta contro il lavoratore che, dopo aver saputo delle inchieste della procura nel maggio 2016 su casi di caporalato nella zona del Chianti, aveva preso coraggio e denunciato come anch’egli fosse stato vittima di sfruttamento, sempre in Toscana.

Il marocchino investito aveva denunciato di essere vittima di caporalato e aveva raccontato ai magistrati di essere stato lungamente impiegato illegalmente, assieme ad altri operai stranieri nella sua stessa condizione in una azienda agricola: 5 o 6 euro l’ora, niente contratto, giornate di lavoro senza orario. Inoltre, secondo quanto riferito dal lavoratore, uno dei due investitori sarebbe lo stesso caporale che nel 2016 dopo un infortunio sul lavoro lo aveva scaricato davanti all’ospedale di Prato. A tutto questo sono seguite minacce esplicite di morte nei confronti di Azil e dei suoi familiari, fino all’investimento di gennaio.

Anche questo episodio di inaudita e reiterata violenza apre per la Procura un nuovo fronte nell’inchiesta sul caporalato e lo sfruttamento della mano d’opera clandestina in Toscana. Come dichiarato dallo stesso procuratore capo di Prato, Giuseppe Nicolosi, “le indagini proseguono per capire se davvero anche in altre zone della regione esiste questo fenomeno”.

Un fenomeno che la Flai Cgil, anche attraverso il Rapporto agromafie e caporalato, ha più e più volte denunciato, delineandone vari aspetti e peculiarità ed evidenziando come non si tratti di un fenomeno, purtroppo, circoscrivibile geograficamente solo in alcune aree del Paese e per alcune produzioni. Caporalato e sfruttamento si annidano anche nell’agricoltura “ricca”, di eccellenza, in cui aziende che fanno fatturati importanti pensano di poter guadagnare di più sulla pelle dei lavoratori, con una ricetta valida da Nord a Sud: zero diritti, ricatto, niente contratti, paghe da fame, paura e minacce.

 

A. V.